La rappresentazione di “Dieci piccoli indiani” in scena al Brancaccio: noiosa e deludente

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Un allestimento, che sarà in scena fino a domani, che rischia in breve tempo di lasciarsi andare a un drammone lento e molliccio

Giudici, testimoni, tutori, rampolli dell’aristocrazia, vecchie signorine ultrapuritane, medici, ufficiali, generali veterani, detective. Da queste categorie il misterioso Signor Owen pesca i rappresentanti più marci e meno irreprensibili per convocarli nella lussuosa magione di una isola persa in mezzo al mare, e sottoporli alle strettoie dello spavento e della punizione, a un autodafé distillato goccia a goccia, a un cerimoniale senza penitenzieri e
quindi ancor più terribile.

Avviando così quel surreale e claustrofobico, insuperabile thriller scritto da Agatha Christie nel 1936 e pubblicato nel 1939, intitolato “Dieci piccoli indiani”, al Teatro Brancaccio di Roma fino a domani. Il gruppo occasionale non è fatto di delinquenti conclamati. Sono anime borghesi nel senso più tronfio e miserabile del termine.

Dentro i loro labirinti mentali, nelle loro storie vissute serpeggia il virus del Male, tanto più potente e sinistro quanto più non concretizzato in un delitto evidente, in una malvagità deprecata da tutti, e magari perseguita dalla Legge. Ma rimasto, al contrario, silente nelle gole della mancanza di solidarietà avuta verso qualcuno, della disattenzione, del non rimorso, della corruzione, della facile dimenticanza dei propri atti.

Hanno “ucciso”, certo, ma non come volgari assassini, bensì vendendosi al diavolo, inducendo al suicidio, sbagliando interventi chirurgici, agendo senza scrupoli, abusando del loro potere, giustificandosi nelle loro asettiche morali, acconsentendo alla rabbia dell’infedeltà subìta, lasciando al loro destino gente più fragile e bisognosa di loro.

Il vero Male è averla fatta franca, rispetto ai tribunali e rispetto, soprattutto, ai debiti della loro coscienza. In una casa signorile dove pensano, in fin dei conti, di prestarsi a un invito galante e rilassante, saranno braccati da una voce ossessiva, da un padrone che mai si mostrerà, ed eliminati, uno ad uno, in un crescendo di veleni e punture, colpi d’accetta e sonniferi, corpi contundenti e spari nel buio.

Il libro fu originariamente pubblicato nel 1939 in Inghilterra come “Ten Little Niggers” (Dieci piccoli negri, o Dieci negretti), a richiamare il primo verso della filastrocca a cui si fa più volte riferimento nelle sue pagine: questa è in realtà una canzone americana, scritta nel 1868 da Septimus Winner e anch’essa pubblicata inizialmente come “Ten Little Niggers” e successivamente trasformata in “Ten Little Indians”. Per evitare di offendere la sensibilità dei cittadini di colore, il titolo del libro subì una prima variazione l’anno seguente, in occasione dell’uscita negli
Stati Uniti: in questa circostanza, venne scelto come nuovo titolo l’ultimo verso della filastrocca, “And Then There Were None”, dato che nigger è utilizzato in America come termine dispregiativo.

Anche in Italia la Arnoldo Mondadori Editore, prima casa editrice a pubblicare il romanzo (nel 1946), scelse la seconda versione, titolandolo “…E poi non rimase nessuno”. Questo rimase fino al 1977, ma non piacque e così venne definitivamente cambiato con il più musicale “Dieci piccoli indiani”.

Un testo difficile, insomma, soprattutto da un punto di vista scenico e dinamico, e molti erano gli interrogativi e le perplessità prima di assistere allo spettacolo. Come si potrà rendere – ci si chiedeva – l’estrema variazione di inquadrature, toni, imprevisti e ambientazioni che il testo originario della Christie – più volte trasposto, e felicemente, da un punto di vista cinematografico, fino alla miniserie televisiva targata BBC del 2015 – prevede dentro l’atmosfera “camera chiusa” tipica dei mystery più infernali?

Ecco, appunto, l’effetto di questo adattamento al Brancaccio è stato noioso e deludente. Dimostrando, forse, che a volte certe opere vanno lasciate nel loro coté originario senza troppi passaggi di stato che ne deprimono la carica sospensiva e tremebonda pensata dall’autore.

La scenografia di Alessandro Chiti è brutta assai. La sala da pranzo in cui il regista Ricardo Reguant immagina lo svolgimento di tutto (!) il giallo è concepita monumentale e marmorea, e sembra di stare nel bureau di un ministero, in un gigantesco ufficio del Catasto, nell’androne di un Grand Hotel mitteleuropeo o, peggio, in una di quelle cappelle cimiteriali che appartengono a dinastie blasonate, vista anche la scelta di far troneggiare al centro una sorta di stele funeraria con i versi della inquietante nenia che costeggia tutta la vicenda che si illuminano volta a volta, sormontando dieci soldatini che a poco a poco spariscono nel tragico conto alla rovescia delle vite.

C’è qualcosa del genere dal punto di vista architettonico e di arredi nelle scene iniziali all’arrivo degli ospiti nel film omonimo del 1965 diretto da George Pollock. Ma lì poi tutte le trappole, le esecuzioni e i sospetti incrociati si irradiano fra tappeti e camini, abat-jour e stanze da letto, scorci paesaggistici e mobilio di lusso, come nella più classica delle tradizioni noir, di quelle che davvero ti infondono brividi lungo la schiena dall’inizio alla fine. Qui, invece, si concentra tutto, ma proprio tutto (e, dunque, troppo), in questo gelido sepolcro dove si susseguono trovate ottiche e acustiche che non fanno decollare la benché minima suspense: colori che virano all’indaco, al rosso rubino, al verde smeraldo e che dovrebbero fare da diapason emozionale, o qualche tuono e lampo qua e là per simulare la
tempesta che impedirà alle vittime di ripartire, mentre il coro che batte i rintocchi dei vari defunti non ha nemmeno funzionato da un punto di vista fonico in alcuni passaggi fondamentali, almeno nella “prima” svoltasi ieri…

Insomma, un allestimento – in cui pure si distinguono le capacità recitative di Mattia Sbragia nei panni di Blore, di Ivana Monti in quelli di Emily Brent, di Luciano Virgilio in quelli del giudice Wargrave e di Pietro Bontempo in quelli del capitano Lombard -, che rischia in breve tempo di lasciarsi andare a un drammone lento e molliccio dove alla fine il lezzo di morte, il voltaggio delle ansie personali e del terrore collettivo, e il delirio finale del vero “colpevole”, cedono il passo a un andamento serrato sì, ma che senza la giusta macchina teatral-testuale smorza la paranoia,
sbaglia il posizionamento dei personaggi, invitando solo i fan più accesi della Christie a tanta sopportazione fino al sipario.

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