“No a brusche retromarce”. Il decreto Dignità non convince Confindustria

Focus

Il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, in audizione alla Camera non nasconde le sue perplessità

Il decreto Dignità, “pur perseguendo obiettivi condivisibili, tra cui il contrasto all’abuso dei contratti flessibili e alle delocalizzazioni selvagge, contiene misure e adotta strumenti che renderanno più incerto e imprevedibile il quadro delle regole in cui operano le imprese, disincentivando gli investimenti e limitando la crescita”.

A lanciare l’allarme è il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, in audizione alla Camera sul Dl Dignità. Panucci si riferisce, in particolare, “al superamento di alcune innovazioni contenute nel Jobs Act, che hanno contribuito al miglioramento del mercato del lavoro, nonché all’introduzione di regole poco chiare e punitive in materia di delocalizzazioni. Rimaniamo convinti che occorrerebbe evitare brusche retromarce sui processi di riforma avviati, assicurare stabilità e certezza al quadro regolatorio e non alimentare aspettative negative da parte degli operatori economici”. Pertanto “l’esame parlamentare del Decreto Dignità – è la strada indicata dal dg dell’associazione degli industriali – può e deve rappresentare l’occasione per approvare alcuni correttivi volti a garantire una crescita sostenibile e inclusiva del Paese, che favorisca la competitività delle imprese e valorizzi il lavoro”.

Si temono effetti peggiori rispetto alle stime

“Il fatto che per contratti tra i 12 e i 24 mesi sia richiesto alle imprese di indicare le condizioni del prolungamento, esponendole all’imprevedibilità di un’eventuale contenzioso, finisce nei fatti per limitare a 12 mesi la durata ordinaria del contratto a tempo determinato, generando potenziali effetti negativi sull’occupazione oltre quelli stimati nella relazione tecnica al decreto (in cui si fa riferimento a un abbassamento della durata da 36 a 24 mesi)”. Nella relazione tecnica la stima delle minori entrate contributive indotte dalla riduzione del limite massimo di durata dei contratti a tempo determinato è formulata prendendo a riferimento i soggetti potenzialmente coinvolti da una riduzione da 36 a 24 mesi (pari a 8.000 individui all’anno dal 2019 in poi, stimati non trovare altra occupazione dopo i 24 mesi di contratto a termine). La proiezione del numero di soggetti coinvolti e dei conseguenti oneri finanziari, secondo Confindustria, potrebbe quindi, aumentare in caso si considerasse una riduzione del limite massimo di durata da 36 a 12 mesi.

La proposta di Confindustria per creare lavoro stabile

Per aumentare il ricorso ai contratti di lavoro indeterminato non è utile aumentare il costo di quelli a termine, ma occorre intervenire sul taglio del cuneo fiscale. “La via è agire su costo del lavoro con una decontribuzione totale per i giovani e sostenere in maniera importante l’economia”, ha detto la dg. “Il decreto Dignità rischia di creare pregiudizio sul nostro Paese, sia da parte delle imprese italiane sia da chi vuole venire a investire. Facciamo attenzione perché la situazione può cambiare molto velocemente e il tasso di disoccupazione può tornare a crescere”, ha detto ancora Panucci.

Vedi anche

Altri articoli