Di Maio deve finalmente dire una parola definitiva

Focus

Il ministro continua a pressare il sindacato per fare in 24 ore quello che lui ha impedito per 4 mesi, indebolendone il potere contrattuale

Con quello di domani siamo al quinto incontro col ministro Di Maio su una vertenza che è lo specchio di un paese in guerra con se stesso, come ho scritto oggi sul Foglio. Lo scaricabarile e la mancata assunzione di responsabilità sono diventati lo sport nazionale, non è un inedito storico, ma è una disciplina questo governo vuole assolutamente primeggiare. Ho sempre detto che al sindacato non spetta fare opposizione politica ai Governi, neanche in questa fase in cui l’opposizione politica è completamente afona, specie sulle questioni del lavoro e dell’industria. Ma difendere il paese da un baratro industriale, finanziario è fondamentale per difendere i lavoratori.

Oggi, mentre noi continuiamo a parlarci addosso, la domanda di acciaio sta crescendo, ma il nostro paese lo importa per lo più dal nord della Germania, in barba al nazionalismo che si sventola in tivvù e nei social. La nostra sovranità industriale è sempre più indebolita se si interrompono le politiche per rendere questo paese un habitat favorevole per lavoratori e imprese.

Da giugno con il ministro Di Maio abbiamo fatto quattro rapidi incontri sindacali, nel corso dei quali si è sempre rifiutato di rispondere alla nostra domanda, l’unica a questo punto che conta davvero: intende, rispetto a quanto scritto sul programma di governo, tenere aperto il più grande e importante siderurgico di Europa, ambientalizzando, oppure chiuderlo? Siamo andati avanti così fino a oggi, tra pareri e temporeggiamenti, senza avere da parte del ministro risposte chiare.

Il 7 settembre Di Maio dovrà chiudere la procedura amministrativa da lui aperta per verificare la validità della gara. E, lo stesso giorno, rendere pubblico il parere dell’Avvocatura, da lui stesso richiesto. Non possiamo andare oltre. Siamo all’ultimo miglio di questa difficile vertenza, specchio dell’’avversione del nostro paese nei confronti dell’industria.

Eppure Di Maio continua a pressare il sindacato per fare in 24 ore quello che lui ha impedito per 4 mesi, indebolendone il potere contrattuale. Se serve, pur di fare un buon accordo, asseconderemo finanche la sua ossessione: dire di aver fatto meglio del suo predecessore, l’ex ministro Calenda, con il quale, ricordo a beneficio degli smemorati, abbiamo fatto ben tre scioperi.

Domani inizieremo l’incontro chiedendo chiarezza su due cose: 1) E’ legittima la gara? Se non lo è annulli subito 2) il ministro non può nascondere ancora la mano, se arriviamo in fondo alla trattativa, deve firmare l’accordo.

Questi 4 mesi hanno indebolito il potere contrattuale nei confronti dell’azienda (di cui Di Maio parla sempre benissimo) e immaginate lo spirito con cui, in queste ore si riapre la trattativa: si sta spiegando che se si fa l’accordo è merito suo, se non lo facciamo è colpa nostra.

La buona politica è assunzione di responsabilità mentre tra una conferenza stampa e l’altra, dicendo che “la gara è illegittima ma non si può annullare” e, contemporaneamente, affermando che vanno ancora verificate le condizioni per annullarla in quanto “illegittima per eccesso di potere”. Per fortuna chi conosce bene la posta in gioco sa che non ci sono accordi senza una mediazione. È una verità riconosciuta da versanti anche opposti, da noi come da Peacelink. Entrambi sappiamo che da mesi il governo ci sta prendendo in giro.

Sogno una politica in cui, a prescindere dagli schieramenti, chi arriva dopo ringrazia chi c’era prima e dimostra di saper fare meglio nei fatti e non nella narrazione mediatica. Sogno una politica che rispetti il sindacato e il suo lavoro difficile di conciliazione di interessi e di mediazione sociale. Sogno una politica che sappia affermare le proprie prerogative sfidando i fischi senza inseguire gli applausi raccontando frottole.

Le bugie fanno vincere le elezioni ma distruggono il lavoro di intere generazioni, fanno perdere credibilità al paese, alle istituzioni e alle persone. La vicenda Ilva è come un grande cartello che dice a tutto il mondo: se volete investire state lontani dall’Italia. Questo purtroppo è il segnale che lanciamo al mondo, una tendenza che per la verità non è solo attribuibile a questo governo, ma che questo governo sta aggravando.

Speriamo solo non prevalga la linea anti industriale e benaltrista, già fortissima in larga parte della sinistra ideologica e ora trionfante nel Movimento 5 Stelle. Il nostro paese si regge grazie ad un avanzo di bilancio commerciale dovuto all’andamento positivo delle esportazioni, di cui il 52% si deve all’industria metalmeccanica.

Mi auguro che questa settimana si chiuda con un accordo, su cui aprire un confronto con i lavoratori in assemblea. Mi auguro inoltre che questa esperienza sia di insegnamento per il paese e per il Governo: lo spirito di contrapposizione, che divide banalmente il campo tra amici e nemici, fa fare solo passi indietro alla nostra povera Italia, all’ambiente, alla salute, al lavoro, alle imprese, insomma a tutti.

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