Il caso Di Maio si complica. Pd: “Chiarisca in Parlamento”

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Sono diversi i lavoratori che dichiarano di aver lavorato senza contratto nell’azienda del padre. In mattinata sequestrate aree del terreno di proprietà

L’affare Di Maio si allarga. Non sarebbe isolato il caso di Salvatore Pizzo, ma altri lavoratori sarebbero stati assunti e pagati in nero nell’azienda della famiglia Di Maio, che dal 2014 vede il vicepremier proprietario del 50% delle azioni. Questa è la cronaca dei giorni scorsi, a cui nella giornata di oggi si è aggiunto un nuovo fatto.

La polizia municipale di Mariglianella ha sequestrato alcune aree del terreno di proprietà del padre del vicepremier Luigi Di Maio per la presenza di rifiuti inerti. E sono in corso delle verifiche per accertare se i fabbricati presenti siano abusivi o meno. In meno di una settimana si sono moltiplicati i casi di possibili irregolarità a carico del padre del leader grillino. Tutto questo si aggiunge alla polemiche di alcune settimane fa sul condono edilizio di cui ha usufruito per sanare la casa di famiglia (in gran parte abusiva).

Il vicepremier continua a giustificarsi: “La causa presentata da un dipendente è contro la vecchia ditta di famiglia (in cui io non c’ero) e tra l’altro dà ragione a mio padre in pieno, in primo grado. Una causa che si trasferisce alla seconda azienda nata nel 2013 come tutti i crediti, debiti, dotazioni e beni strumentali”. E continua a prendere le distanze dal padre: “Al massimo questa storia imbarazza mio padre e io prendo le distanze da quel comportamento” e a chi gli chiede se sapesse risponde: “Ma lei, sa tutto quello che ha fatto suo padre?”.

L’imbarazzo del vicepremier è visibile, i ministri M5s fanno quadrato intorno al leader. La tattica è sempre la stessa: buttare la palla in calcio d’angolo. E così si va dai grandi classici: le accuse ai padri di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, alle giustificazioni: “Tutti possiamo sbagliare perché la natura umana è fallace”, secondo Giulia Grillo.

Dall’opposizione chiedono di fare chiarezza. Il Pd continua a invitare il ministro Di Maio a riferire in Parlamento. Il capogruppo in Senato Andrea Marcucci attacca: “Cambia versione ogni giorno, ogni ora. E’ confuso, contraddittorio, smemorato. Purtroppo Luigi Di Maio è il ministro del lavoro e non si può permettere tutte le ambiguità che stanno venendo fuori sul suo conto e sul conto dell’impresa familiare (di cui è socio al 50%) riguardo proprio al tema del lavoro nero. L’esponente 5 stelle – continua Marcucci – cerca di scappare, ma deve venire in Parlamento a difendersi, a fornire una versione definitiva. Oggi è acclarato che il ministro sapeva (per sua stessa ammissione) che l’Ardima aveva cause in corso per lavoro in nero e mancati versamenti previdenziali anche quando lui era già titolare dell’impresa. Sapeva di mentire quando ha detto di aver lavorato due estati di seguito con il padre (ci ha lavorato due mesi, lui in regola, i suoi colleghi no) mentre invece lavorava in nero in una pizzeria. Sappiamo che la ditta di famiglia era intestata alla madre di Di Maio, con il ‘piccolo’ particolare che la madre è insegnante e la normativa esclude la possibilità che gli insegnanti possano svolgere la funzione di amministratori in una società”. E’ arrivato il momento di chiarire e di farlo in Parlamento, il vicepremier deve una spiegazione seria e completa.

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