Le Cinque stelle si sono incartate

Focus
luigi-di-maio

Il Parlamento è chiamato sempre più spesso a pronunciarsi su decreti legge che, la profonda crisi che attanaglia la convivenza dei due vicepremier, impedisce di partorire

La crisi di governo è pronta. Lunedì il presidente del Consiglio ha messo sul tavolo le proprie dimissioni. Eppure, non esplode. Nel modo più irrituale che sia possibile immaginare, il presidente del Consiglio si presenta non davanti alle Camere, non dal presidente della Repubblica, tanto meno in Consiglio dei ministri, ma in una sala affollata di giornalisti e telecamere per affermare che è pronto a dimettersi se i suoi due vice, Di Maio e Salvini, non chiudono la campagna elettorale che si protrae dopo l’appuntamento con le urne. Conferenza stampa bruscamente interrotta quando sulla sala si abbatte, via Facebook, l’ennesima esternazione da solista del capo della Lega che detta la propria agenda.

A sera, parte del Governo e i capi-gruppo di maggioranza si riuniscono a Palazzo Chigi per affrontare lo spinoso decreto “sblocca-cantieri” e, sul tema della sospensione del codice degli appalti, dopo neanche un’ora, salta il tavolo.

Ma il giorno dopo, Luigi Di Maio abbraccia l’agenda di Salvini e il MoVimento 5 Stelle si pone, come si dice, “allineato e coperto” sul tracciato disegnato dalla Lega. Tutti felici della ritrovata sintonia, pronti a ripartire verso il prossimo scoglio. E questa è la cronaca. Resta la domanda: perché tutto questo? Cosa tiene insieme questa maggioranza divisa, politicamente, su tutto? Cosa impedisce al partito di maggioranza relativa di trarre le conseguenze dell’irresistibile scalata di Salvini che si pone come virtuale capo del Governo sulla base del risultato delle europee e dei sondaggi? Cosa li obbliga a vivere in una contraddizione continua tra i princìpi della propria ragione sociale e provvedimenti che fanno storcere la bocca alla base che si sta, via via, dileguando? Poco credibile, alla luce delle innumerevoli crisi sfiorate, mancate, annunciate e rientrate, la tesi secondo cui è il contratto di governo a fare da collante. Un contratto sfilacciato, con trame sempre più fragili da tenere insieme.

Cercando una ragione, un movente, un perché sorge il dubbio. I 5 Stelle si sono, forse, incartati nella contraddizione tra il proprio statuto e la realtà? Perché un fatto è certo. Se, allo stato dei fatti, il MoVimento dovesse affrontare una nuova tornata elettorale, il suo gruppo dirigente, a partire dal capo politico, non avrebbe l’opportunità di ricandidarsi perché le regole interne glielo impediscono. C’è, infatti, il vincolo dei due mandati, superati i quali, in estrema sintesi, si va a casa. Si scende dalla giostra.

In pratica, l’intero gruppo dirigente del MoVimento dovrebbe passare la mano, eccezion fatta per il nomade Di Battista che si è sottratto a un giro elettorale. Un drammatico “comma 22” attanaglia i 5 Stelle. Se restano nel Governo vengono annientati dalla marcia di Salvini. Se fermano Salvini vanno comunque a casa. In mezzo rimane, drammaticamente, il destino del Paese e delle sue Istituzioni. Quelle Istituzioni sempre più piegate a logiche interne a una maggioranza condannata a sopportarsi, come è accaduto lunedì scorso, con un presidente del Consiglio che anziché trovare una sintesi nel luogo deputato, il Consiglio dei ministri, lo fa nel corso di una conferenza stampa.

Tutto questo accade con un Parlamento privato – di fatto – della sua funzione principale: legiferare. Chiamato sempre più spesso a pronunciarsi su decreti legge che, la profonda crisi che attanaglia la convivenza dei due vicepremier, impedisce di partorire. Mentre i nodi della realtà come il debito pubblico, la manovra in deficit che non mostra di dar frutti e via enumerando, si avvicinano sempre più al pettine.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli