Di Maio dopo la poltrona perde anche la testa

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Di Maio ha capito che le sue chance di andare a Palazzo Chigi sono pari a zero e allora ricomincia con gli insulti agli avversari politici

La settimana di Luigi Di Maio non è iniziata benissimo. Dopo aver ricevuto l’ennesimo no, domenica sera da Matteo Renzi, ha definitivamente capito che le sue chanche di andare a Palazzo Chigi erano pari a zero. E così ha ricominciato a fare la cosa che gli riesce meglio: insultare gli avversari e pronunciare velate minacce. Subito dopo le parole dell’ex segretario Dem ha voluto subito precisare che per lui non c’è altra via se non le elezioni immediate, condito con un “la pagheranno” rivolto al Pd.

Le ire di Di Maio verso Salvini

Ma è verso Matteo Salvini che le ire del capo politico M5s si sono concentrate maggiormente. In effetti quello tra Lega e M5s sembrava un matrimonio destinato a quagliare, e la volontà del leader leghista di non rompere con Berlusconi non è andata proprio giù al leader pentastellato. Così sono partite le accuse: “Noi non abbiamo alcun problema a tornare al voto perché ci sostengono i cittadini con le piccole donazioni. Altri invece si oppongono perché, tra prestiti e fideiussioni, magari hanno qualche problemino con i soldi. Ma l’Italia non può rimanere bloccata per i guai finanziari di un partito”. Dichiarazioni che dimostrano quanto Di Maio sia in confusione. Il suo sogno di andare a Palazzo Chigi è svanito, i risultati elettorali in Molise e Friuli Venezia Giulia dimostrano una perdita di consenso e così Di Maio ha deciso di svestire i panni dello statista e ritornare alle origini. Si può dire che ha perso la testa, dopo aver perso la poltrona.

Editto bulgaro 2.0

Nel suo sfogo non potevano mancare gli attacchi ai giornalisti, altro pezzo forte della casa. Nel mirino c’è la Rai e come riporta il Corriere della Sera Di Maio scrive ai suoi parlamentari: “Negli ultimi 50 giorni ci avevano trattato con i guanti bianchi perché avevano paura che andassimo al governo e sostituissimo i direttori. Lo faremo molto presto grazie a una legge finalmente meritocratica”. Una sorta di editto bulgaro 2.0, simile a quello pronunciato nel 2002 dal tanto “odiato” Silvio Berlusconi contro Biagi, Santoro e Luttazzi.

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