Da Di Maio un bel Vaffa a Travaglio

Focus

Il direttore del Fatto è disperato: ha soffiato sul fuoco alimentando la fiamma pentastellata e oggi si ritrova cion i grillini alleati con gli orbaniani

Marco Travaglio è comprensibilmente a pezzi e a lui, che consideriamo ai nostri antipodi, va la nostra solidarietà umana. Umana, non politica e tantomeno professionale. Perché ha sbagliato l’analisi, e come diceva Togliatti (già) “se sbagliate l’analisi sbagliate tutto”, ha sfregato la lampada di Aladino Di Maio nell’illusione che questi portasse il “nuovo” nella stanza dei bottoni salvo ritrovarsi ieri sera con Aladino a braccetto con i baubau leghisti e sullo sfondo proprio lui, il Nemico B.

Il direttore del Fatto ha lavorato per anni a fare del suo giornale la Pravda del M5s magnificando le grevità di Grillo e dei suoi epigoni ed elevando il Vaffa a paradigma del suo giornalismo e finanche a canovaccio di spettacolini sold out con finte Boschi poco vestite. Il travaglismo è stata la traduzione intellettual-pecoreccia del grillismo della prima ora e anche del dimaismo arrembante, oltre che manganello del renzismo e sberleffo autoreferenziale contro il giornalismo del resto del mondo. Ha trascinato con i suoi fiammeggianti editoriali e le sue quotidiane apparizioni tv del dopocena un bel pezzo di elettorato democratico e di sinistra verso i lidi di promesse popolari, anticasta e velleitariamente ugualitarie. Ha alimentato il mito dell’antipolitica fino al limite dell’infrazione della legge, scrollando faldoni delle procure rovistati nei cestini dei magistrati pop, eccitando masse inquiete, giovani inesperti e falliti di ogni risma.

E oggi? Oggi si ritrova nel pasticcio di un’intesa di governo da cui esala un’inconfondibile puzzo di potere con in più l’ingrediente acido di un Berlusconi che ha detto ok il prezzo è giusto, dando la sua benedizione ad un’operazione regressiva e di destra – il suo palcoscenico di sempre.

Non è andata, e non poteva andare, come Travaglio desiderava e consigliava. L’idea che Cinquestelle possa realizzare il “governo del cambiamento” con gli orbaniani è evidentemente un’idea velleitaria che non sta in piedi per manifesta contraddittorietà: a meno che, naturalmente, non si tratti sì di un cambiamento ma in peggio.

Il terrore che pervade l’editoriale del direttore del Fatto è solo apparentemente figlio della “scoperta” che dietro l’operazione c’è l’uomo di Arcore; in realtà la grande angoscia di Travaglio deriva dall’ aver ingannato migliaia di persone sulla natura del gruppo dirigente del M5s, che – lo si vede bene oggi più di ieri – è un addentellato organico,  della nuova destra europea, populista, sovranista, tendenzialmente autoritaria.

Attenzione a distinguere fra gruppo dirigente (a partire da Di Maio che già assume posture da ducetto) e gli elettori, e anche tanti militanti, del Movimento: ci sono moltissime persone, giovani, lavoratori, disoccupati che in perfetta buona fede hanno votato M5s perché stufi di una politica autoreferenziale e più attenta all’ultimo bollettino dell’Istat che a una protesta operaia nella convinzione che andasse aperta una nuova stagione, quale che fosse.

Travaglio ha alimentato queste inquietudini, ha soffiato sul fuoco dell’Italia impaurita e rancorosa facendone guizzare le lingue più alte, apprendista stregone di un gruppo di potere che oggi regge la scala alla peggiore destra e che tutto farà tranne l’unica cosa per la quale è stato votato: portare pulizia, trasparenza e giustizia in un Paese nel quale – vedrete- i conflitti d’interesse sono destinati a moltiplicarsi, per la gioia dei nuovi Travagli, ché quello originale è meglio che si fermi a riflettere, possibilmente in silenzio.

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