Ma ora Di Maio accetta i voti di Berlusconi?

Focus

In linea teorica potrebbe esserci ancora il governo dei vincitori spiaggiati, ma a una sola condizione: che M5S e Lega lo votino senza subordinate

Chiunque avesse scambiato i toni gentili e l’aspetto mite del presidente Sergio Mattarella per debolezza di carattere avrà nelle prossime ore l’occasione per ripensarci. In Mattarella, la mitezza è un’attitudine che non contraddice la forza e la determinazione nelle scelte, soprattutto nei momenti difficili. E, senza dubbio, questo lo è.

Il più difficile da quando è stato eletto: una legge elettorale proporzionale unita all’arroganza dei vincitori ha creato una situazione di stallo. Di Maio non vuole mollare la poltrona di Palazzo Chigi, e ha chiesto voti a tutti purchè gliela lascino occupare (prenderebbe anche quelli di Berlusconi ma solo se di straforo); Salvini non vuole mollare Berlusconi ma governerebbe volentieri con Di Maio; il Pd ha capito in tempo che quella di Di Maio era un’offerta irricevibile sia in termini di premiership che di programma e così Giggino è tornato barricadero, nella speranza che Grillo lo perdoni per l’eccesso di governismo e cambi le regole per farlo correre per il terzo mandato.

In ogni caso, sia pure se si pensa che le responsabilità siano diversamente distribuite (una parte del Pd, per esempio, ritiene che si dovesse esplorare con maggiore duttilità la strada di un governo con il Movimento) la situazione è di totale blocco. E c’è una sola certezza: dopo un nuovo e rapido giro di consultazioni, il presidente conferirà un incarico per formare il governo.

Il che significa che nell’arco di qualche giorno i ministri giureranno nelle sue mani e poi il governo cercherà la fiducia nelle camere.

Che tipo di governo sarà?

In linea teorica, visti gli apparenti ritorni di fiamma tra Salvini e Di Maio (quest’ultimo avrebbe fatto sapere di essere finalmente disposto a rinunciare alla poltrona di Palazzo Chigi), potrebbe esserci ancora il governo dei vincitori spiaggiati, ma a una sola condizione: che nei colloqui con il capo dello stato e nelle dichiarazioni ufficiali sia chiaro che M5S e Lega lo voteranno senza subordinate.

Ovvero che M5S accetti anche i voti di Berlusconi o che la Lega accetti di fare il governo senza di lui. E che si trovi un nome “terzo”. Solo in questo caso il Quirinale potrebbe conferire un incarico per un governo politico. Escluse le ipotesi di un governo M5S-Pd, soprattutto dopo il ritorno sulla scena di Grillo; di un incarico a un esponente del centrodestra per un governo di minoranza che vada a cercare i voti in parlamento perché, se fosse bocciato, sarebbe questo governo a gestire le elezioni; di una proroga di Gentiloni perché non sarebbe corretto fare gestire le elezioni a un governo nato nella scorsa legislatura e bocciato dagli elettori, cosa resta in campo?

Resta solo l’ipotesi di un governo proposto direttamente dal capo dello stato che motiverà le sue scelte davanti al Paese. Con un discorso, questa l’aria che si respira dalle parti del Quirinale, che, ricostruendo la storia di questi sessanta giorni, evidenzierà l’incapacità dei partiti di dare un governo al paese e l’obbligo costituzionale di farlo. Spiegherà che, verificata l’impossibilità di una maggioranza politica restano solo due strade: o un governo di responsabilità o un governo elettorale.

Anche in questo caso, che tipo di governo sarà dipenderà dalle risposte delle forze politiche. Se mostreranno una disponibilità a convergere su pochi punti di programma (la legge di bilancio, una nuova legge elettorale, la trattativa in Europa) per un periodo limitato, allora potrà nascere un governo del presidente che potrebbe essere affidato a una personalità al di sopra delle parti, con competenze economiche e prestigio internazionale, con una squadra anch’essa di altro profilo. Ma l’appoggio a un simile governo dovrebbe essere dichiarato pubblicamente dalle forze politiche, perché la bocciatura di un governo del presidente aprirebbe una crisi istituzionale senza precedenti.

L’alternativa è un governo elettorale, per elezioni ravvicinate (in autunno) e un programma limitatissimo, guidato da una figura di garanzia che vada in parlamento consapevole di non avere la maggioranza. Un arbitro imparziale per una campagna elettorale dai toni ancora più avvelenati della precedente.

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