Inutile forzare le parole, il no è no

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Unità interna e no al governo con gli estremisti: su questo il Nazareno recupera compattezza

O si riparte o stavolta si muore davvero. La batosta del 4 marzo pone il Pd davanti a una realtà che non dà scampo: e siccome nessuno vuole morire, si deve ripartire. Ma come? Da che cosa? Se guardiamo sotto questa lente la discussione della Direzione di ieri abbiamo subito due decisioni fondamentali, una di linea politica e l’altra interna.

La prima è la conferma della scelta dell’opposizione, in conformità al volere degli elettori e nella convinzione che non ci si può alleare con gli estremisti. La seconda, la (momentanea?) cessazione delle ostilità interne e la decisione di gestire la fase unitariamente. Si riparte dunque da questo: opposizione e unità interna. Le due cose vanno viste insieme.

Maurizio Martina ha spiegato bene le ragioni di quello che non è un arroccamento né un capriccio, ma una scelta limpida già indicata da Matteo Renzi: il Pd non può allearsi con gli estremisti e i populisti.

Si strologa oggi sull’accenno contenuto nell’ordine del giorno approvato dalla Direzione all’unanimità con 7 astenuti dove si dice che il Pd “garantisce il pieno rispetto delle scelte espresse dai cittadini e al Presidente della Repubblica il proprio apporto nell’interesse generale”: ma quella di rispettare le prerogative del capo dello Stato guardando agli interessi generali del Paese è una cosa del tutto normale. Lo ha detto anche Graziano Delrio, le cui parole sono state evidentemente forzate: “Se Mattarella ci chiedesse di fare il governo? Valuteremo. Il presidente ha sempre la nostra attenzione e la nostra collaborazione”. Il punto fondamentale è però un altro: l’onere di fare il governo spetta ai cosiddetti vincitori. Ci provino loro.

Ma diciamo a verità: già i litigi covano sotto la cenere, già il démone del potere li inebria, già confondono interesse generale e interesse di partito, già la c0mmedia si fa mediocre, come avrebbe detto Mino Martinazzoli. Già si vede che il quadro politico uscito dalle elezioni fa abbastanza pena: e questo obiettivamente richiede un Pd subito in campo. E qui c’è il secondo aspetto della Direzione di ieri. La sconfitta poteva lasciare veleni mortali: e se questo non è successo lo si deve principalmente al gesto di responsabilità di Renzi; e poi al clima unitario fortemente caldeggiato da Martina e accolto da tutte le componenti (persino l’astensione di Emiliano ha un sapore unitario). Reggerà, questo clima unitario? Noi pensiamo di sì. Per due ragioni: una, intuitiva, che dopo una batosta simile dividersi avrebbe davvero poco senso; la seconda è più importante, e cioè che l’unità di un gruppo dirigente si cementa attorno a una linea politica chiara: e quella dell’opposizione agli estremisti e della cura della propria autonomia lo è.

Dopodichè la storia è tutta da scrivere. La lunga marcia del Pd però è già iniziata.

 

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