Discutiamo se il Pd può bastare da solo

Focus

In vista delle prossime elezioni europee sarà capace il PD di radunare su di sé tutte le aree politiche, da Tsipras a Macron?

Mettere a fuoco ciò che questo congresso ormai alle porte può rappresentare per il PD, non pare essere una priorità nel dibattito, o quanto non sta emergendo nessuna riflessione strategica sul posizionamento del partito nella società italiana ed europea del prossimo futuro.

Questo non perché non vi siano riflessioni strategiche sul tappeto, che peraltro sono in molti ad approfondire in privato. Quanto per il fatto che si è tutti ingessati dalla paura di generare una esplosione incontrollata del PD, senza rendersi conto che in questo modo si spalancano le porte invece ad una implosione controllatissima.

Ma quello che il Congresso dovrebbe farci comprendere è se c’è un’identità di vedute sufficiente rispetto alla prospettiva da offrire al Paese, oltre che per dare uno sbocco alla necessità di giocare la partita per il Governo dell’Italia.

A partire da un dato: noi del PD rappresentiamo una reale esperienza di riformismo, direi l’unica nella storia del nostro Paese che si sia dispiegata nei fatti. Guardando avanti sarà la sostenibilità, nelle sue ampie connessioni, la chiave di lettura da abbracciare e insieme ciò che sul medio periodo ci darà sostanza, perché è il framework del riformismo del futuro. Pochi hanno interesse a coniugare sostenibilità e riformismo: c’è spazio politico e deve essere il nostro, a livello italiano ed europeo.

Perché la prospettiva da offrire non è il racconto dei mille giorni, ma il loro contenuto invece sì. Quel contenuto va riproposto sotto forme e strade differenti. Per esempio il Jobs act: dobbiamo offrire il nuovo statuto della creazione e della difesa del lavoro (che non centra con il ripristino dell’art.18) con un percorso differente nella società che ci porti a tornare interlocutori di molti, tra gli imprenditori e i sindacati.

Quindi la sensazione è che fare un congresso come quello che sta saltando fuori, significa lasciare molto di irrisolto sul piano della prospettiva e sul piano della strategia politica, garantendosi la replica dello stillicidio dei distinguo del giorno dopo, scegliete voi le parti di chi vince e di chi perde.

Fuggendo dalla grossolana e provocatoria discussione se Renzi voglia fare il suo partito, mi chiedo se invece esista il decidere insieme che la fase che si è aperta non sia breve e possa essere affrontata con una scelta più articolata e avvolgente che preveda la copertura di tante sensibilità e la federazione di tanti soggetti, diversi per ragione sociale, organizzazione, partecipazione e che sappia alleare le nuove identità componendo delle sintesi.

Provando ad andare più a fondo, è sufficiente la retorica di due domande relative a piani apparentemente diversi ma mai così intrecciati come in questa occasione.

Se in vista delle prossime elezioni europee registreremo le convergenze programmatiche auspicate, da Tsipras a Macron, come sinteticamente si usa dire, riteniamo che in Italia il PD sia capace di radunare su di sé tutte quelle aree politiche?

E nella contestuale tornata amministrativa, dove vanno al voto migliaia di comuni, nei quali tanti di noi stanno lavorando per arrivare a raccogliere il 51% con l’aiuto di molte, autentiche e vive esperienze civiche, sarà il solo PD a rappresentare per loro, lo sbocco politico, lo stesso giorno, in una scheda elettorale diversa?

Proprio ieri una persona “poco esperta” come Berlusconi ha annunciato, tra un micropisolino e l’altro, che alle elezioni europee non ci sarà Forza Italia, ma un nuovo movimento con un nuovo simbolo. Si dirà che lo capiva anche un bambino, ma è evidente che questo non ci riguarda.

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