Disintermediati e catturati: siamo come scimmie del web

Focus

Se tutto si riduce a clickbaiting, a interazioni velocissime, a bombardamento e distrazione di massa, cos’è oggi il tempo allora?

Se ne accorgono da affacci diversi ma complementari il sociologo Vanni Codeluppi in questo suo Il tramonto della realtà (Carocci, pagg. 123, euro 12), il  filosofo Pier Aldo Rovatti ne L’intellettuale riluttante (elèuthera, pagg. 170, euro 15), e il semiologo Emanuele Fadda in Troppo lontani, troppo vicini (Quodlibet, pagg. 89, euro 10): testi all’interno dei quali si analizzano proprio gli effetti di quella sorta di cosmesi della libertà che ci illude di dominare il mondo senza patemi, fra tastiere app e social network, senza accorgerci di essere passivizzati e quasi obbligati a comportamenti che ci hanno resi compulsivi e meri numeri, bersagli da colpire e di cui provocare solo reazioni subitanee e irriflesse.
La disintermediazione dei corpi culturali, la finta intimità fra le persone, la desoggettivazione e un soffocante nichilismo, sono solo conseguenze ancor più drammatiche e quasi inavvertiti, se non per spasmi improvvisi e spesso violenti. Dice Codeluppi: “Il neoliberismo e il postmoderno hanno in comune la promessa di rendere più libero l’individuo, mentre in realtà hanno ridotto progressivamente il potere di cui quest’ultimo disponeva in precedenza”, e si “tende a imporre gradualmente alle persone un unico modello cultuale, ossia un punto di vista dominante attraverso il quale vedere e interpretare la realtà sociale, che è quello che viene generalmente presentato dai media”. Gli fa eco Rovatti: “Non solo sta venendo meno il tempo necessario a una riflessione adeguata, ma si ha al contrario l’impressione che l’informazione politica cerchi continuamente di indovinare i passaggi stretti, le parole-chiave, le formule più adatte per captare l’opinione pubblica, e che sia questo oggi lo strumento prioritario per realizzare una campagna vincente”. Rischio che ben illustra Fadda quando parla di una deriva “fascista” del nostro linguaggio, delle nostre convinzioni, legate a un ordine delle cose che si impone in modo soft grazie soprattutto a quella “potenza di fuoco”, ossessiva e tentacolare, di chi dispone delle meccaniche più adeguate per raggiungere in tempi brevissimi il più alto numero di individui.
Ma allora se tutto si riduce a clickbaiting, a interazioni velocissime, a bombardamento e distrazione di massa, cos’è oggi il tempo allora? Non certo un esercizio di cura collettiva, di movimentazione ideale e di codifica responsabile dello stare insieme, bensì un astuto management del nostro sostare, dei nostri interessi e delle nostre spinte al futuro, tipico di quella profilazione incessante che subiamo ad opera di tecnocrazie occulte e multinazionali di cui andrebbe smascherata la manomissione metodica  rappresentata da Internet e dai social, là dove la nostra energia psichica è catturata, i nostri gusti sono oggetto di packaging, veniamo spinti ad agire secondo algoritmi e consensi informali, e dove la nostra esistenza è quadrettata in Big Data rivenduti a chi ne fa business e schemi previsionali. Rendendoci come i primati, osserva Fadda, che vedono nel mondo esterno e nei simili solo un “blocco più o meno uniforme”, con le relazioni singole che sono solo una variante della logica del branco: e non è quello che avviene per noi sul web nelle echo chamber dove cerchiamo solo la risonanza di ciò che già pensiamo? Non avviene lo stesso negli odi immotivati che ci spingono a denigrare l’altrui pensiero diverso in una chat, o ad augurarci come quotidiana ricompensa il grappolo di banane-like per sentirci integrati e viventi?
In un multitasking da era neroniana, finanche Seneca biasimava in termini di virtù e letizia mancate tutti quelli che sono sempre indaffarati, vanno e vengono senza un perché, disordinatamente, dalla mattina alla sera, “come formiche che si arrampicano lungo i tronchi d’albero e arrivano alla cima per poi tornare in basso senza concludere nulla”; che, preda di “un’inquieta inerzia”, risultano penosi, salutano chi non li ricambia, seguono funerali sbagliati, finché, pur stanchi dopo il tramonto, si ritrovano a giurare “di non sapere essi stessi perché sono usciti e dove sono andati, ma il giorno dopo sono sicuramente disposti a ripercorrere un identico tragitto”. Il chiasmo dello stoico romano è chiarissimo e fa riflettere sui media di oggi: chi sceglie il finto movimento del perennemente transitorio, “ed è sempre fiacco, snervato, fradicio d’unguenti e di vino, pallido e oscenamente truccato, per non dire imbalsamato”, è come se avesse scelto di arrestarsi sul ciglio della vera vita e sono  “incatenati se non addirittura immobilizzati” quelli della sua schiera; chi sceglie la stasi della temperanza, dell’aponìa, dell’imperturbabilità, sarà trasportato verso l’alto, sarà “salito verso una sfera superiore” .
Dialettica, trasformazione, evoluzione, elaborazione del pensiero, maturazione del nuovo, non sembrano più vocaboli di quell’area linguistica e concettuale che nell’Occidente abbiamo sempre associato allo scorrere intelligente e vigoroso delle stagioni politiche e biologiche. Il tempo come evento, strappo, irruzione del possibile, risorsa del fantastico, effrazione delle routine alle quali siamo docilmente abituati, è il carburante che ci serve, una volta abbandonate le grandi narrazioni collettive dei secoli scorsi. “Introdurre nelle cose una minima riserva di eticità”, dice Rovatti; tornare a un’autogestione consapevole e pratica, all’aspetto “fronetico” della vita, rimarca Fadda, a una sensibilità che ci serva “per muoverci in questo inferno con grazia”.

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