Dj Fabo, Cappato né assolto né condannato. Rinvio alla Consulta

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I giudici: “All’individuo va riconosciuta la libertà di scegliere se e come morire”. L’esponente radicale: “Aiutare Fabiano era mio dovere”

Né assolto né condannato. Il processo all’esponente radicale e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni Marco Cappato, accusato di aver aiutato Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, a morire nella clinica Dignitas di Zurigo, per ora si chiude così: i giudici della prima Corte d’Assise di Milano hanno deciso di mandare gli atti alla Consulta per valutare la legittimità costituzionale del reato previsto dall’articolo 580 del codice penale, quello di istigazione al suicidio.

Nell’ordinanza letta dai giudici si evidenzia come all’individuo vada “riconosciuta la libertà” di decidere “come e quando morire” in forza di principi costituzionali. I giudici hanno quindi riconosciuto quanto chiesto dalle pm, affermando che Cappato non ha rafforzato il proposito di Fabiano di suicidarsi. Con l’ordinanza di rinvio alla Consulta, in sostanza i giudici chiedono una valutazione sulla legittimità di una norma che punisce l’agevolazione al suicidio senza influenza sulla volontà dell’altra persona.

“Aiutare Fabo a morire era un mio dovere, la Corte costituzionale stabilirà se questo era anche un suo diritto oltre che un mio diritto”, ha detto Cappato che ha ringraziato i giudici per per aver “riconosciuto che non c’è stata alcuna alterazione della volontà di Fabiano Antoniani”. Un ringraziamento particolare è andato anche a Fabiano “per avere fatto pubblicamente quello che decine di persone fanno clandestinamente ogni anno, onorando cosi’ il valore della legge”. Quella di oggi “è una vittoria non solo per Fabo, ma per tutti”, ha commentato Valeria Imbrogno, fidanzata di Fabiano, che ha ringraziato tutti coloro che hanno “lavorato duramente e profondamente in questi mesi”.

Quello di Cappato è stato un atto di disobbedienza civile, ha spiegato l’avvocata e segretaria dell’Associazione Luca Coscioni Filomena Gallo e così la pensano probabilmente le pm Tiziana Siciliano e Sara Arduini che si sono rifiutate di rappresentare l’accusa in questo processo (perché “anche Cappato rappresenta lo Stato”) e avevano chiesto l’assoluzione per l’esponente radicale “perché il fatto non sussiste”.

Durante il processo, che ha visto accusa e difesa schierate dalla stessa parte, neanche i giudici sono riusciti, più di una volta, a nascondere le lacrime durante le dichiarazioni della fidanzata e della mamma di Fabiano, Valeria Imbrogno e Carmen Carollo, e durante la proiezione dell’intervista delle Iene al dj ormai cieco e tetraplegico che aveva deciso di morire.

Alla fine i giudici hanno deciso per la terza via, una delle strade indicate dalle pm Siciliano e Arduini che per l’esponente radicale avevano indicato o la via dell’assoluzione oppure quella della Consulta. “Un’ordinanza di straordinaria completezza e giuridicamente impeccabile che ha fornito fortissimi elementi di valutazione molto importanti”, ha commentato il procuratore aggiunto Siciliano.

Il ricorso alla Corte costituzionale è stato valutato sulla base della supposta incostituzionalità di una parte dell’articolo 580 del codice penale, quella che “non esclude la rilevanza penale della condotta di chi aiuta il malato terminale o irreversibile a porre fine alla propria vita quando il malato stesso ritenga le sue condizioni di vita lesive del suo ‘diritto alla dignità'”.

L’altra strada proposta dalle pm era quella dell’assoluzione “perché il fatto non sussiste”, dal momento che c’è “un diritto all’autodeterminazione e alla dignità da cui deriva un vero e proprio diritto costituzionalmente garantito in capo al malato irreversibile o terminale, le cui condizioni possano essere considerate lesive della dignità umana, a chiedere e ottenere aiuto per porre fine alla propria esistenza”. La richiesta di Cappato era invece quella di un verdetto “esemplare”, cioè con una formula che sancisca il diritto di persone nella stessa situazione di Fabiano Antoniani a morire attraverso il suicidio assistito anche in Italia.

La decisione di lasciar valutare alla Consulta la legittimità della legge, secondo l’Associazione Luca Coscioni è “un’occasione senza precedenti per superare un reato introdotto nell’epoca fascista” e consentire alle “persone capaci di intendere, affette da patologie irreversibili con sofferenze, di ottenere legalmente l’assistenza per morire senza soffrire anche in Italia, senza bisogno di dover andare in Svizzera”.

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