100 anni dai “liberi e forti” di don Sturzo, il suo messaggio è ancora un faro

Focus

Intervista a Flavio Felice, uno dei maggiori studiosi del pensiero politico di don Sturzo in Italia

“Sono passati cento anni, ma il suo appello ai liberi e forti resta attuale. Mi auguro che l’anno in corso possa essere ricordato come quello della riscoperta e del rilancio del pensiero politico di don Sturzo. La sua idea di ordine sociale irriducibile ad alcun principio monistico sfida la complessità della nostra epoca”.

A ricordare quel 18 gennaio del 1919 è uno dei maggiori studiosi del pensiero politico di don Sturzo, Flavio Felice (Torino, 1969), professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università del MolisePresidente del Centro Studi Tocqueville-Acton, membro del Comitato organizzatore delle Settimane Sociali e direttore della rivista “Prospettiva Persona”, autore con Enzo Di Nuoscio e Dario Antiseri del recente “Democrazia avvelenata” (Rubbettino, 2018). A lui abbiamo chiesto chi oggi potrebbero essere i liberi e forti e come capitalizzare i valori dei cattolici, perché, si sa, accanto alla sfera del politico ve ne sono tante altre di eguale dignità , quella economica, religiosa, artistica, ugualmente produttrici di un particolare tipo di bene comune.

Libertà e plurarchia, lotta contro lo Stato accentratore, un federalismo più utile al Sud che al Nord, un popolarismo che non era populismo. E lei che auspica un 2019 dedicato alla riscoperta di Don Sturzo. Professore, un’illusione?

Al contrario, credo che oggi ci sia l’urgenza di recuperare certe sue battaglie scomode. Quella per la libertà, che rinvia alla sua idea di ordine sociale imperfetto e di democrazia come un sistema mai compiuto e mai irreversibile. Quella contro lo Stato accentratore (Sturzo scriveva “stato” con la minuscola), che rimanda ad una visione matura e responsabile della cittadinanza e non succube del padrone di turno. Il federalismo è stata la prima grande battaglia combattuta dal giovane prete di Caltagirone, al punto che la definì guerra federalista. Sturzo era convinto che il problema economico nazionale dovesse passare per la soluzione della questione meridionale e che questa fosse incomprensibile, se interpretata alla luce dell’uniformismo legislativo ed economico. Di qui la ricetta federalista, affinché fossero gli stessi meridionali a trovare le soluzioni e contribuire alla questione nazionale. Per queste ragioni, il popolarismo di Sturzo non ha nulla di populistico perché rinvia ad una nozione di popolo articolata in persone, corpi intermedi liberi e responsabili, allergici alla servitù, volontaria o imposta che sia.

Ci spiega come oggi don Sturzo si occuperebbe del popolo senza scadere nella demagogia?

Nella prospettiva sturziana non vi è spazio per quel populismo contemporaneo in cui il leader presenta se stesso come l’incarnazione del popolo, categoria mistica, incarnata da un capo carismatico, un buon pastore che guida il suo gregge. L’attributo popolare sta ad indicare piuttosto il metodo della partecipazione alla vita civile. Il popolo per Sturzo esprime una forza sociale di controllo, in quanto esercita la funzione di limite mediante organismi procedurali istituzionali. Per questa ragione il “popolo” in Sturzo è un concetto plurarchico, dal momento che il limite esercitato sarà di ordine giuridico, istituzionale e culturale, andando ben oltre la classica distinzione dei poteri di matrice montesquieuiana. Sturzo individua il problema della politica nella ricerca dei limiti al potere. Essere “popolari” e non “populisti” significa combattere l’omologazione, la massificazione, l’annullamento della personalità, la tendenza a farsi “servi volontari”. Essere “popolari”, per chi ha responsabilità di governo, significa non assecondare le passioni più basse, in nome di un facile consenso, in nome di un’ostentata immedesimazione con l’umore del popolo.

Chi oggi potrebbero essere i liberi e forti? Per caso, i sindaci che fanno disubbidienza civile?

Credo che non esistano né una categoria né una fede religiosa ben precise che detengano il monopolio sturziano. Comunque, essere uomini liberi e forti significa tendere all’incontro con la diversità di cultura, religione, razza, lingua, tradizioni. Significa operare per preservare l’uguale dignità di ciascuno, permettendo a tutti di essere differenti l’uno dall’altro.

Come vedrebbe oggi un partito dei cattolici e chi potrebbe guidarlo?

In primo luogo, mi consenta di precisare che Sturzo non ha fondato un “partito dei cattolici” e la sua opera d’arte fu quella di dar vita ad un “partito di cattolici”, senza alcuna pretesa di rappresentarli tutti e fuggendo, in tal modo, dal rischio di diventare il braccio politico della Chiesa. Se nel 1919 Sturzo costituì un partito “di” cattolici, dunque “aconfessionale”, non si capisce perché nel 2019 dovremmo dar vita ad un partito “dei” cattolici. Il mio ragionamento è semplice: se “un” gruppo “di” cattolici-popolari, insoddisfatti dell’azione politica degli attuali partiti, decidesse di appellarsi laicamente ad altri cattolici-popolari e a tutti coloro, credenti e non, che condividono alcune istanze patrimonio della tradizione cattolica e liberale, e intorno a tali istanze articolare un programma da sottoporre all’elettorato, lo troverei saggio e opportuno. La diaspora, teorizzata anche da alcuni esponenti delle gerarchie, ha reso i cattolici presenti ovunque e ovunque irrilevanti: in democrazia le teste si contano, né si tagliano né si pesano.

Su cosa i cattolici dovrebbero far sentire di più la propria voce oltreché su povertà e immigrazione? Sui diritti civili? Sulle riforme istituzionali? O semplicemente su un sentimento di rabbia tanto diffuso?

I cattolici-popolari, proprio perché espressione del laicato e non delle gerarchie, hanno il diritto e il dovere di esprimersi su tutti i campi del vivere civile. Ad ogni modo, credo che un tema sia fondamentale perché da esso dipende la qualità inclusiva delle istituzioni. Riguarda la lotta a tutte le rendite di posizione, nonché la difesa e la promozione dell’uguaglianza delle opportunità e della libertà di essere cittadini attivi. Il che passa per un sistema scolastico libero dal soffocante monopolio statale, richiede organizzazioni per la rappresentanza politica e sindacale aperte e contendibili, la promozione di un’amministrazione pubblica a difesa dei più deboli, un sistema imprenditoriale responsabile nei confronti del tessuto sociale e liberato dal peso della burocrazia, un sostegno al reddito per i bisognosi, nei limiti delle possibilità del Paese, l’impegno perché lo straordinario fenomeno migratorio possa diventare un’opportunità per rendere più umano il mondo. Sto parlando di un’opportunità che andrebbe colta e coltivata dalla nostra società civile, anche se al momento è solo un grande problema e motivo di disumanizzazione sia per i migranti sia per chi li ospita.

I cattolici, nel progetto di Carlo Calenda, come argine ai populisti, riesce a vederli?

Non li vedo in alcun progetto attuale, ma non è escluso che possano rientrarci. Dipende dal modo in cui i promotori dei vari progetti intendano articolare e presentare i programmi e selezionare la classe dirigente. Essere popolari significa proprio questo: adottare il metodo democratico perché non esiste, non è mai esistito e mai esisterà un solo uomo venuto al mondo con il quid del comando. Chiunque voglia interpellare il mondo cattolico-popolare è necessario che adotti questo metodo e s’impegni a far valere le istanze della libertà e dell’uguaglianza, declinate nel campo della famiglia, della scuola, della giustizia, dell’impresa e della solidarietà, nel rispetto del principio di sussidiarietà orizzontale e verticale, in forza del quale non è il “cittadino per la città, ma la città per il cittadino”.

Un valore su cui oggi don Sturzo si batterebbe sarebbe anche l’Europa? Ma che tipo di Europa?

Di certo, l’Europa delle persone e non degli Stati. Sturzo è stato un europeista convinto e un antisovranista impenitente. Per questa ragione ha condiviso l’ideale federalista degli Stati Uniti d’Europa. L’ideale federalista di Sturzo si sposa, però, con il suo spirito riformatore gradualista. Quindi anche il metodo assunto dai padri fondatori dell’Unione Europea, ispirato al principio della cooperazione strutturata, sembra conforme allo spirito sturziano. In breve, trasferire funzioni di sovranità non ad uno Stato consolidato, che Sturzo temeva per la sua tendenza a trasformarsi in Leviatano, bensì, a favore di un processo. Un’Europa delle persone è un’Europa che non tradisce le sue origini e queste risiedono nell’eredità greca, romana e cristiana: discussone critica, governo misto, desacralizzazione del potere: gli ingredienti indispensabili per un ordine politico liberale, governato dal diritto.

Di Flavio Felice, che in questo momento si sta occupando del pensiero politico sturziano in rapporto ai teorici ordoliberali tedeschi e, in particolare, del modo in cui Sturzo ha teorizzato le nozioni di “popolo”, “società civile” e “democrazia”, si ricordano “Capitalismo e cristianesimo” (Rubbettino, 2002), “Prospettiva ‘Neocon’” (Rubbettino, 2005), “L’economia sociale di mercato” (Rubbettino, 2008), “Persona, istituzioni e mercato” (Rubbettino, 2013)

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