La follia dei dazi e noi

Focus

Il problema ci riguarda da vicino, come affrontiamo il tema?

Quando il primo gennaio del 1995 fu siglato il WTO pochi di noi pensarono che quell’organismo, ultimo atto di un processo per regolare il commercio mondiale, di lì a non molto avrebbe accelerato la morte della miriade di piccole e piccolissime imprese terzocontiste (soprattutto meridionali) nate al servizio delle grandi aziende del lusso.

Non lo pensarono in tempo le classi dirigenti (e sì che avrebbero dovuto, e non nel ’95 ma con sufficiente anticipo), non se ne avvidero compiutamente le parti sociali, non ci pensarono con la necessaria attenzione le organizzazioni datoriali che in verità nemmeno si erano poste il problema del conflitto interno tra grandi aziende committenti della moda e piccole imprese façoniste dove si applicavano (?) gli stessi contratti a fronte di una committenza che dettava le regole e strozzava sempre più i piccoli. Non capiremmo, altrimenti, le miriadi e miriadi di case private trasformate negli anni ’80 in laboratori casalinghi, le donne che incollavano tomaie con collanti cancerogeni, le macchine tessili nei garage dove si sfornavano calze e calzini come se piovesse.

Ho ripensato a quella catastrofe, da cui ancora buona parte del Mezzogiorno non si è riavuta, ascoltando, con grande preoccupazione, l’intervento con cui Donald Trump informava innanzitutto il suo paese e poi il mondo intero dell’intenzione di difendere le produzioni statunitensi di acciaio e alluminio firmando il decreto che fissa sulle importazioni dall’estero un dazio doganale del 25% per il primo, del 10% per il secondo, e utilizzando allo scopo l’articolo di legge 232 che fa riferimento alla sicurezza nazionale.

Uno sgomento imposto dallo stato dell’arte della trattativa Ilva, colpevolmente indebolita da un conflitto istituzionale incomprensibile, e dalla lontananza siderale tra il dibattito politico post elettorale inauguratosi nel nostro Paese e quello che, da qui a poco, potrebbe scatenarsi sulle economie europea e italiana.

Mentre qualcuno, giusto per raggranellare un po’ di scena pubblica, ancora confonde il senso di responsabilità che il Pd deve al Paese (e che ha pagato in termini di consenso elettorale proprio per aver lavorato responsabilmente negli ultimi quattro anni) con una sorta di obbligo morale (piccoli opportunismi politici…) a farsi stampella per qualcuno che, avendo ottenuto la maggioranza dei voti, pure ha difficoltà a trovare la quadra.

Io non voglio giudicare Donald Trump che peraltro sta mantenendo il patto siglato con quell’elettorato della profonda provincia americana così lontano dalla upper class del cuore di New York. Pongo però un problema che ci riguarda da vicino: come affrontiamo il tema?

Lo facciamo con una Europa dove ognuno pensa per sé o con una Europa che su pochi, rilevanti, cogentissime questioni ritiene di dover essere una e una soltanto? Lo facciamo con una Europa dove la bulimia dell’allargamento ha prodotto colonie interne o lo facciamo ponendo il problema di regole tendenzialmente uguali per tutti e di un mercato del lavoro dove valgono gli stessi contratti e dove sappiamo finalmente cosa è aiuto di stato in modo da non dover aver due pesi e 28 misure?

Ecco, prima di strillare al protezionismo credo che dovremmo misurarci su ciò che l’America oggi mette all’ordine del giorno: ridiscutere la globalizzazione così come è stata concepita negli ultimi 30 anni. Misurarci innanzitutto nella nostra comunità politica. Scegliendo di essere opposizione seria e rigorosa (come seria e rigorosa è stata la nostra azione di governo) e contemporaneamente dettando un’agenda, lo si può fare tornando a praticare dentro e fuori le aule parlamentari i luoghi della politica, che non può eludere il tema. In Italia e in Europa.

Una forza politica autorevole e responsabile ritengo abbia dinanzi a sé questo compito: non essere stampella di chi immagina di risolvere la domanda di protezione sociale con un qualche sussidio o con l’abbandono dell’euro (il che con quello che si prospetta sarebbe non una catastrofe, di più) ma affrontando le questioni nel momento in cui si determinano.

Davanti a noi abbiamo una sfida enorme, a cominciare dalla necessità di chiudere la trattativa Ilva mettendo in sicurezza lavoro e ambiente, salute e futuro. Fare finta di non vederlo, o di non saperlo, significa condannare il Paese alla disfatta.

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