Donne: la violenza è permanente, la lotta pure

Focus

La prima commemorazione del 25 novembre risale al 1980, in occasione del primo Incontro Internazionale Femminista, a Bogotà, in Colombia

In Italia sono 3.100 dal 2000 le donne uccise da chi diceva di amarle. Più di 3 donne a settimana perdono la vita a causa di violenza. Fermatevi un secondo a pensare. Dietro quel tre, ci sono tre nomi. Tre volti. Tre persone con il loro mondo.
Le statistiche ci aiutano a definire un fenomeno. A circoscriverlo. Ma ricordiamoci che raccontano la storia di persone che hanno lottato, amato, sognato. Che hanno cercato di resistere. E che la vita ha piegato, con la barbarie. Altrimenti sarebbero ancora qui.
Da gennaio a ottobre del 2018 sono 70 le donne assassinate dagli uomini. Tante anche le donne che hanno cercato aiuto: secondo l’Istat, in 50mila si sono rivolte ai Centri antiviolenza nel 2017, il 26,9% sono straniere, il 63,7% ha figli, nel 70% dei casi sono minori.
Numeri agghiaccianti che raccontano di un emergenza che continua a crescere. Un emergenza che ancora non viene affrontata come merita. Un emergenza permanente.
Per questo il 25 novembre in occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere riprende lo stato di agitazione – definito da chi partecipa come ormai permanente – con lo scopo di arrivare allo sciopero globale delle donne dell’8 marzo. A Roma si comincia con un giorno d’anticipo. Nella Capitale  dalle 14 di sabato 24 novembre, il movimento “Non Una di Meno” ha infatti organizzato una manifestazione nazionale. Un corteo con partenza da Piazza della Repubblica “contro la violenza di genere e le politiche patriarcali e razziste del governo“.
Intanto sul fronte parlamentare Lucia Annibali e Laura Boldrini hanno presentato una mozione, passata al momento a Montecitorio, per impegnare il governo a difendere il lavoro fatto nella scorsa legislatura e combattere e prevenire la violenza sulle donne. La mozione chiede di raggiungere la piena applicazione della convezione di Istanbul e di invertire la rotta intrapresa dal governo, adottando iniziative atte a eliminare i tagli e anzi incrementando le risorse destinate al fondo per le Pari Opportunità, al Fondo per le vittime di reati intenzionali violenti, al Fondo antitratta e in generale a tutte le politiche per la promozione della parità di genere e per la prevenzione e il contrasto di ogni forma di violenza contro le donne.
I segnali che arrivano dal governo gialloverde in effetti destano preoccupazione: dalla legge Pillon, alle mozioni contro la 194 fino ai tagli “lineari” alle iniziative e tutele per le vittime messe in campo dai governi Letta, Renzi e Gentiloni.
A spaventare è soprattutto la retromarcia culturale innestata dal ministro Pillon che non ha mai nascosto di voler riaffermare la famiglia tradizionale, depotenziando il più possibile l’istituto del divorzio. Da molti questo è considerato uno dei peggiori disegni di legge sulla famiglia che riporta indietro i diritti del nostro Paese.
Ricordiamolo. La violenza è spesso la conseguenza della disparità di condizione che ancora oggi esiste tra uomini e donne. Ed è “violenza contro le donne” ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà.
E’ sempre più urgente perseguire, come indicato nella Convenzione di Istanbul “le quattro P”: prevenzione, protezione delle vittime, perseguimento dei colpevoli e politiche integrate. Serve l’impegno di tutti, nessuno escluso, per dire no alla violenza.

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