Il lavoro delle donne serve all’Italia

Focus

Contro la cultura patriarcale e reazionaria che le vorrebbe in casa, i numeri che spiegano quanto vale (e quanto varrebbe) il lavoro femminile

Che nel nostro Paese ci sia una grande questione di pari opportunità fra uomo e donna, soprattutto sul luogo di lavoro, non è cosa nuova. Sono passati solo pochi anni da quando il governo PD ha reintrodotto il divieto di far firmare alle lavoratrici le dimissioni in bianco, il ricatto delle aziende contro il rischio della maternità. Come se la scelta fra lavoro e famiglia ancora oggi non potesse e non dovesse essere conciliata.

Non per un mero dato demografico, ma per un diritto delle donne e in generale delle giovani coppie ad avere dei figli senza per questo essere discriminate. È ormai invertito il pregiudizio culturale per cui dove le donne lavorano fanno meno figli: rispetto al tasso medio italiano di 1,32 figli per donna nel 2018, le regioni del nord dove le donne hanno un più alto tasso di occupazione sono sempre sopra la media, sotto la media invece nel mezzogiorno dove le donne lavorano meno.

Non cede chi pensa che la donna sul lavoro o nello studio sia meno produttiva e che meglio farebbe ad accudire casa e figli. Una cultura reazionaria che si traduce nella realtà in una discriminazione salariale e di opportunità nel lavoro. In Italia nel settore privato la retribuzione delle donne, specie nelle posizioni più qualificate, può essere più bassa di quella di uomo anche del 20%, a parità di mansione.

Eppure le donne oggi sono quelle che studiano di più: le ragazze hanno una maggiore probabilità di completare la scuola secondaria e si stima che il 47 per cento delle giovani donne, contro il 32 per cento dei maschi, si laureerà nel corso della vita. In Italia già oggi hanno un’istruzione universitaria il 13 per cento degli uomini contro il 16 per cento delle donne; nella fascia di età 25-34 anni sono laureati il 33 per cento dei maschi e il 42 per cento delle donne. In media le ragazze ottengono voti di laurea più elevati e si laureano in tempi più brevi.

Non c’è quindi da stupirsi se uno studio della Banca d’Italia afferma che con una partecipazione del 60% delle donne al mercato del lavoro (oggi al 49% contro il 67% degli uomini), obiettivo di Lisbona, genererebbe per il nostro Paese una crescita secca di 7 punti di PIL. Contro il pregiudizio e il maschilismo di chi non consente alle donne di avere stessi diritti e pari opportunità nel lavoro, c’è bisogno di una grande battaglia culturale.

Nel quotidiano, insegnando alle nostre bambine e ragazze che non sono da meno di nessun maschio. Nelle istituzioni, difendendo dalle mire distruttive della destra i diritti acquisiti in anni di battaglie, e portando nel Paese e in Parlamento le nostre proposte per la parità salariale, il congedo di paternità, le tutele e gli aiuti per le madri lavoratici. A chi pensa di scimmiottarci dandoci delle femministe, risponderemo che di quelle donne che hanno lottato per l’aborto, il divorzio e i diritti del lavoro noi vogliamo essere le eredi orgogliose.

Vuoi ricevere Democratica sulla tua email?

Iscriviti alla nostra Newsletter!

Ricevi le notizie di Democratica una volta al giorno direttamente nella tua email.

Vedi anche

Altri articoli