Care democratiche, ripartiamo dalle proposte

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Se la critica ai vertici, legittima, serve a dar vita a un nuovo impegno delle donne ben venga, altrimenti diventa sterile e come tale poco utile alle donne stesse

Il ricordo del giorno in cui le donne del Pd dell’Umbria scelsero me, una ragazza di 23 anni, per guidare la Conferenza delle Democratiche è uno dei più belli della mia vita politica. Era la prima vera responsabilità che mi veniva affidata ed era, a mio modo di vedere, enorme: eravamo ancora in pieno periodo berlusconiano, a poche settimane dalla fondazione di “Se non ora quando”, movimento che aveva coinvolto tante donne in tutta Italia per una comune battaglia, quella della parità e della dignità. Ricordo l’emozione di parlare per la prima volta davanti ad una platea di dirigenti nazionali a Roma cercando di portare un contributo generazionale e appassionato.

Molte delle donne che mi stavano ad ascoltare sono diventate qualche anno dopo mie colleghe in Parlamento. Allora non ero una fautrice delle “quote”, ero convinta, anzi, che ricoprire un ruolo come “quota rosa” fosse di per sè una discriminazione. C’è voluto del tempo perché io capissi che la meritocrazia funziona se i punti di partenza sono allineati e che quelli di donne e uomini in politica non lo erano affatto per una serie di ragioni soprattutto culturali che sembravano lontanissime dall’essere superate.

Servivano a questo le “quote” e tutti gli strumenti che di lì a qualche anno avrebbero portato la rappresentanza femminile a crescere consistentemente. Per questa ragione ogni volta che si è discussa una legge elettorale ho lavorato per introdurre strumenti che favorissero la pari rappresentanza: se nel Rosatellum esiste un meccanismo di questo genere è merito esclusivo delle donne del PD. Se questo è il parlamento più “rosa” della storia è perché il Pd lo ha reso possibile.

Peraltro credo che vada riconosciuto a Renzi il merito di aver fatto quello che fino a poco tempo prima pareva impensabile: un governo col 50% di donne. Donne che occupavano ministeri chiave, dalla difesa ai rapporti col parlamento, dagli esteri alla sanità, etc. Era la dimostrazione chiara che le donne possono e devono esercitare ruoli di responsabilità nel nostro Paese.

Dimenticare che di quella svolta è stato promotore il nostro partito è una mancanza di rispetto alla nostra storia di comunità progressista. Chiarite le premesse, vengo alla polemica del giorno: il documento di alcune donne, molte escluse dalle liste, contro i vertici del partito. Prima cosa: nessuno ha chiesto di firmarlo a me e a tante altre elette. Perché? A me pare singolare.

Venendo al merito: è vero che nelle liste si poteva fare meglio soprattutto perché siamo stati capaci di fare così tanto al governo. Questo va detto. Non capisco però quale sia l’obiettivo di un documento che dice soltanto questo.

Se la critica ai vertici, legittima, serve a dar vita a un nuovo impegno delle donne ben venga, altrimenti diventa sterile e come tale poco utile alle donne stesse e, quindi, al Paese.

Da giovane donna avverto tutta la responsabilità di fare la mia parte perché la vita quotidiana delle donne italiane migliori e quindi avrei apprezzato più che un documento di critica ai vertici una proposta sullo stile di quella lanciata dalle parlamentari britanniche che in maniera trasversale si sono ritrovate nell’hashtag #paymetoo per la parità salariale, grande tema irrisolto in tutta Europa: ben venga l’iniziativa delle deputate Pd in tal senso, che hanno proposto la costituzione di un intergruppo parlamentare per la parità salariale.

C’è molto da fare nella conciliazione e nella promozione della condivisione dei lavori di cura tra donne e uomini. C’è molto da fare nella lotta alla violenza sulle donne che è fatta anche di prevenzione, di uno sforzo educativo da rivolgere a giovani e giovanissimi perché si ponga fine alla terribile piaga del femminicidio.

E poi, certo, bisogna lavorare per la pari rappresentanza a tutti i livelli, a partire dai comuni fino ad arrivare al governo: non perché le donne debbano “occupare poltrone” ma perché la sensibilità e la competenza delle donne sono indispensabili per migliorare la qualità della vita nelle nostre comunità.

Ho assistito troppo spesso al nascere di documenti di donne che si sono risolti poi in un nulla di fatto, al di là della polemica. Questo perché la solidarietà femminile, così potente nella pars destruens, fatica invece a diventare motore di altro. Quante di quelle donne che hanno sottoscritto il documento hanno sostenuto una donna come segretario del partito, come capogruppo, come presidente del partito, etc? Quante, invece, hanno accettato logiche di corrente a guida esclusivamente maschile? Ecco.

Forse dobbiamo cominciare da qui, dal creare le condizioni affinché la solidarietà femminile diventi anzitutto una forza propositiva, per spingere più donne nei ruoli di responsabilità.Se si intraprende questa strada io sarò come sempre in prima linea. Se invece si pensa di reagire a quello che si ritiene essere stato un tentativo di “usare” cinicamente le donne, usando, appunto, i temi delle donne per un attacco ai vertici fine a se stesso, allora non ci sarò. E come me, credo, tante donne che dal PD si aspettano di più, anche in forza dei risultati concreti conseguiti in questi anni.

Per me lo slogan è sempre lo stesso: avanti, insieme. Un “indietro, gli uni contro gli altri”, invece non serve a nessuno. Tanto meno alle donne.

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