Le donne scomparse nell’agenda gialloverde

Focus

La proposta del leghista Pillon è l’emblema di come si stia tornando indietro di cinquant’anni. E’ necessario far sentire la voce di donne e di uomini

Sulle politiche di genere e di contrasto alla violenza maschile sulle donne è calato un silenzio assordante a dimostrazione che questi temi non sono al centro delle politiche dell’attuale esecutivo.

Che la direzione sarebbe stata quella di un arretramento politico oltre che culturale su questi temi, era evidente già dalla stesura del Contratto di Governo: sono poche le righe dedicate alle donne, il linguaggio di genere è totalmente assente così come una
visione della società capace di garantire a tutte le persone pari opportunità e pari diritti.

La conciliazione famiglia-lavoro viene considerata un problema solo delle donne, e non una moderna visione della genitorialità e della cura responsabilmente condivisa; non vi è alcun accenno al congedo di paternità e si parla di un ‘premio’ per la maternità come se questa fosse un dovere sociale e non una libera scelta individuale. Non una parola viene detta o scritta sul carico di lavoro familiare che troppo spesso schiaccia le donne costringendole a rinunce sul piano lavorativo e sul numero di figli che si sceglie di mettere al mondo. Non vi è nulla su occupazione femminile, parità salariale, partecipazione delle donne ai processi decisionali e alla vita politica, lotta agli stereotipi.

Quanto al tema della violenza maschile sulle donne, il contratto si limita a circoscriverla alla sola violenza sessuale. Nessuna riflessione viene fatta sulla violenza fisica, psicologica, economica e sulle molestie sul luogo di lavoro. Un approccio duro e repressivo, quello scelto dall’attuale esecutivo, che rivela tutta la sua incapacità nel promuovere e proporre interventi adeguati e integrati che partano dalla prevenzione e arrivino ad elaborare progetti personalizzati di sostegno e di ascolto per la fuoriuscita delle donne dall’esperienza di violenza subita. Una proposta particolarmente pericolosa si registra in tema di riforma dell’affido
condiviso.

Se a tutto ciò affianchiamo la fotografia della compagine governativa che vede solo 5 donne su 18 ministri, le dichiarazioni del Ministro Fontana sull’aborto e sulla famiglia, la nomina di un uomo alle pari opportunità che di donne non si occupa, emerge con chiarezza un disegno politico, che, nel solco dei modelli di riferimento del populismo sovranista nostrano (il governo Orban a zero donne su tutti), sembra voler rimettere le donne “al loro posto”.

I primi passi in questa direzione sono già cominciati

In Commissione Giustizia al Senato, il leghista Pillon si è fatto promotore di un disegno di legge sull’affido condiviso che, in linea con l’impostazione del contratto di Governo, finisce per colpire le donne intrappolandole in relazioni violente con grave rischio per la loro incolumità e il benessere dei loro figli. Contro questo provvedimento il partito democratico sta facendo una dura opposizione chiedendone il ritiro immediato.

Mentre il governo del cambiamento ci sta dunque riportando indietro di 50 anni, i casi di violenza sulle donne non accennano a diminuire. Gli ultimi dati diffusi dal Viminale, infatti, se da un lato registrano un calo dei reati comuni, dall’altro fotografano un’impennata dei femminicidi e dei reati di stalking, la maggior parte dei quali avvengono in ambito familiare e affettivo. Un dato che ci dice come il problema vada ricercato in una cultura patriarcale ancora presente nel nostro paese che questo Governo, anziché contrastare, sembra voler assecondare.

I governi del Partito democratico, nell’affrontare in modo strutturale questa “vera emergenza sicurezza”, hanno fatto molto in questi anni in termini di risorse e di interventi legislativi per avviare percorsi virtuosi di prevenzione, contrasto, assistenza, sostegno e sensibilizzazione. Dall’approvazione del decreto contro il femminicidio al nuovo piano strategico nazionale antiviolenza; dalle linee guida nazionali per l’assistenza socio-sanitaria alle donne che subiscono violenza, alla creazione della prima banca dati nazionale; dalla campagna di comunicazione per il rilancio del numero nazionale antiviolenza e antistalking 1522, al primo G7 ministeriale sulle pari opportunità. Tutti questi strumenti che il governo Conte ha ereditato, sono attualmente in una fase di stallo.

Qualche giorno fa è stata convocata da Spadafora la prima cabina di regia interistituzionale per dare impulso alle politiche in tema di violenza sulle donne. Tuttavia, ad oggi, abbiamo sentito dal Sottosegretario solo tiepide dichiarazioni frutto della mancanza di una visione politica e personale sul tema. E invece le azioni necessarie a contrastare la violenza sulle donne sono tante e necessitano di continuità. Il loro dolore non si sospende perché si rinnova quotidianamente e di certo non può permettersi di attendere che qualcuno se ne ricordi o decida di farsene carico.

Il rischio, dunque, non è solo che si disperda il lavoro importante fatto nella scorsa legislatura da parlamento e governo, ma che si possa assistere ad un vero e proprio passo indietro su questo tema.

Non meno preoccupazione desta il fatto che nel dibattito sviluppatosi in questi giorni intorno al Def, non si sia registrata una sola parola su occupazione femminile, welfare, conciliazione/condivisione e parità salariale. Nessuna conferma al momento nemmeno del rinnovo del congedo di paternità per il 2019 (il governo ha bocciato un emendamento e un ordine del giorno del Pd al Milleproroghe proprio su questo tema).

Attendiamo poi di sapere se e quante risorse il governo destinerà nella prossima legge di Bilancio, al fondo per le vittime di reati violenti (impegno per altro presente nel contratto di governo) e al fondo per le pari opportunità. Su tutto questo, come Partito democratico monitoreremo senza fare sconti e avanzeremo le nostre proposte in parlamento.

Mentre nel nostro paese i diritti delle donne e la parità di genere sono scomparsi dall’agenda politica, nel resto del mondo le proteste delle donne contro ingiustizie, diseguaglianze e violenza si moltiplicano. Qualche giorno fa sono scese in strada le
donne brasiliane e in Canada si è svolto un vertice storico delle Ministre degli Esteri su pari opportunità e diritti.

Di fronte a questa inadeguatezza politica e culturale è quindi necessario, oggi più che mai, far sentire la voce di donne e di uomini, serrare le fila e impegnarsi in prima persona, perché in gioco non c’è solo il ruolo delle donne nella società e in politica, ma la qualità stessa della nostra democrazia.

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