A due mesi dalle elezioni di midterm, un referendum su Trump

Focus

Il 52% ha dichiarato di preferire, nel proprio distretto, il candidato democratico, mentre il 38% si è detto a favore di quello repubblicano

L’11 settembre, per gli americani e per tutti i cittadini del mondo, non può essere una data come tutte le altre. Diciassette anni fa, i due aerei che perforarono e distrussero le Twin Towers entrarono idealmente nelle case di tutti noi, attraverso le dirette televisive di quella che rimarrà la più grande tragedia compiutasi sul suolo americano. L’11 settembre di quest’anno sarà decisamente più particolare per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dato che quel giorno uscirà il nuovo libro scritto da Bob Woodward, 75 anni, simbolo del giornalismo investigativo americano, che insieme a Carl Bernstein, nel 1974, costrinse il presidente Nixon alle dimissioni dopo lo scandalo del Watergate. “Fear, Trump in the White House”, questo il titolo del libro, che ancora prima della sua pubblicazione, fa già discutere. Le anticipazioni, che descrivono la Casa Bianca come un “crazyhouse” e il presidente additato come “un idiota” dai suoi stessi collaboratori, non lasciano spazio all’immaginazione.

E’ in questo clima che il Paese si avvicina a larghi passi alle elezioni di midterm, le più importanti e seguite della storia recente americana, perché universalmente considerata un vero e proprio referendum sul presidente. Sia Trump che i Democratici, ormai, hanno il pensiero fisso rivolto solo alla grande tornata elettorale di martedì 6 novembre, in cui i cittadini americani sono chiamati a rinnovare i 435 membri della Camera dei Rappresentanti, un terzo dei membri del Senato e i governatori di ben 36 Stati. Le ultime elezioni dei membri della Camera dei Rappresentanti sono coincise con le elezioni presidenziali del 4 novembre 2016, giorno della vittoria di Trump, con i Repubblicani che attualmente hanno la maggioranza con 235 deputati contro i 193 dei Democratici, mentre sono 7 al momento quelli vacanti. La vera domanda, a due mesi dal voto, è: resisteranno questi equilibri o verranno sovvertiti, facendo di fatto perdere la maggioranza a Trump, limitando così di molto le sue possibilità d’azione, come successe ad Obama?

Gli Stati Uniti che si avvicinano alle elezioni sono più polarizzati che mai. Secondo l’ultimo sondaggio di Washington Post e Abc News, i democratici appaiono nettamente in vantaggio sui repubblicani. Tra gli elettori registrati, il 52% ha dichiarato di preferire, nel proprio distretto, il candidato democratico, mentre il 38% si è detto a favore di quello repubblicano; ad aprile, il vantaggio era di soli 4 punti percentuali, mentre a gennaio era di dodici. A fare la differenza a favore dei democratici, l’elettorato indipendente: il 50% ha detto che voterà per il partito all’opposizione e solo il 32% per il Grand Old Party. Inoltre, mentre l’80% dei democratici e degli indipendenti che tendono al partito democratico ha detto che andrà sicuramente a votare, tra i repubblicani e gli indipendenti che tendono al partito repubblicano la percentuale scende al 74 per cento. Il sondaggio è stato effettuato su 879 elettori registrati e ha un margine di errore del 3,5 per cento.

Tutte le condizioni che tradizionalmente sono state alla base di una possibile sconfitta elettorale per il presidente in carica ci sono. Il consenso per Trump, dopo quasi due anni di mandato, è molto più basso di quello, per esempio, che ottenne Obama, che stava al 46%. L’opposizione si sta rafforzando e i Democratici stanno subendo dei grandi cambiamenti identitari, come dimostra la simbolica vittoria alle primarie di New York della giovane Alexandria Ocasio-Cortez contro il super favorito Joe Crowley, uno degli esponenti più potenti del Partito Democratico. Di contro, i Repubblicani sono in caduta libera, svuotati dal protagonismo estremo di Trump, un fenomeno che il partito dell’elefante non ha mai capito fino in fondo come gestire. Anche i tanti che lo detestano sono in difficoltà davanti al radicamento – seppur minoritario – che il presidente ha suscitato negli elettori repubblicani più convinti, in buona parte grazie alle sue scelte in materia di politica migratoria. E poi ci sono gli scandali, su tutti il Russiagate: in un altro recente sondaggio, il 63 per cento degli americani ha dichiarato di volere che il procuratore Robert Mueller vada fino in fondo, mentre solo più del 30 per cento considera l’indagine sulle interferenze russe alle elezioni del 2016 un’inutile “caccia alle stregehe”.

Tutte le condizioni, dicevamo. Tutte tranne una, in realtà. Già, perché c’è un dato che depone a favore della presidenza: l’economia americana sta volando. Certo, molto di quello che sta succedendo ora è dovuto alle scelte fatte da Obama, ma ora quelli che prima erano solo buoni dati economici stanno diventando effetti reali sulla vita dei cittadini, che hanno ripreso fiducia grazie alla crescita economica, al calo drastico della disoccupazione e alla riforma fiscale di Trump. E’ proprio sull’economia che The Donald sta puntando la sua campagna elettorale in vista del 6 novembre. Basterà per evitare la sconfitta? Difficile da prevedere, anche perché non è detto che il voto popolare si proietti perfettamente sulla suddivisione dei seggi (come, è utile ricordarlo, successe proprio nel 2016). Sta di fatto che il presidente tenterà, fino all’ultimo, di fare presa su quel ceto medio che sta godendo più di tutti dei benefici della ripresa, radicalizzando lo scontro con i Democratici e minacciando conseguenze catastrofiche in caso di un suo depotenziamento. E alla fine non è detto che risulti meno convincente di due anni fa.

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