“Effetto contratto”. Lo spread si rianima mentre la Borsa va giù

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Le conseguenze sul mercato italiano erano purtroppo scontate e inevitabili se si pensa in particolare ai due punti maggiormente critici contenuti nella bozza del contratto di governo giallo-verde

Le idee squisitamente antieuropeiste e sovraniste dell’ipotetico governo giallo-verde stanno letteralmente terrorizzando gli investitori internazionali. Dopo la pubblicazione da parte di Huffinghton post delle proposte economiche (irrealizzabili e scriteriate) contenute nella bozza del contratto di governo tra Lega e M5s, lo spread è cominciato a salire senza sosta e Piazza Affari è crollata nel panico perdendo oltre due punti percentuali. Neppure Trump era riuscito ad arrivare a tanto prima di cominciare la sua avventura alla guida degli Stati Uniti.

Le conseguenze sul mercato italiano erano purtroppo scontate e inevitabili se si pensa in particolare ai due punti maggiormente critici contenuti nel contratto di governo: l’ipotesi di uscita dall’euro e la proposta di chiedere alla Bce la cancellazione di 250 miliardi di debito pubblico italiano. Si dirà: la bozza è cambiata e non è più schiettamente anti-euro (Lega e M5s dicono che la versione aggiornata è meno dura). Ma quelle idee, messe nero su bianco su un contratto, si riferiscono tuttavia al contratto di pochi giorni fa – non mesi o anni.

Ma quali sono i principali rischi per gli italiani se quel contratto dovesse davvero tradursi in misure operative? Il cuore del problema è soprattutto in quella messa in discussione dell’Euro, la cui fuoriuscita dell’Italia avrebbe delle conseguenze irreversibili per il nostro Paese. Si tradurrebbe in un aumento del costo delle materie prime, quindi rincari del petrolio e dei trasporti in generale. Con conseguenze negative anche sui beni di prima necessità, che salirebbero inevitabilmente, e con un fatale deprezzamento delle pensioni. D’altra parte non ci si poteva aspettare un approccio filo-europeista e di buon senso da un contratto scritto attorno a un tavolo con Borghi e Bagnai, fervidi sostenitori accaniti dell’uscita dell’Italia dall’euro.
C’è poi l’altro punto critico: Lega e M5s, stando alla bozza, vorranno chiedere alla Bce guidata da Draghi di cancellare ben 250 miliardi di titoli di stato acquistati con il Quantitative easing. Qui il punto è semplice: se si cancellassero titoli di Stato già in circolazione si creerebbe un buco nel bilancio consolidato. E una perdita dovrebbe essere ripianata dagli altri azionisti della Bce, ovvero gli stati membri della zona euro. Tradotto: la proposta è irrealizzabile e rischia solo di indispettire gli altri partner europei.

Oltretutto sorprende come gli stessi Borghi e Bagnai non abbiano compreso a fondo come funziona il Quantitative easing. Nella proposta c’è infatti un errore di fondo, ovvero il fatto che i titoli di Stato che la Bce ha comprato in questi tre anni si trovano nei bilanci di Bankitalia. Semmai quindi Salvini e Di Maio dovrebbero chiedere la cancellazione del debito a Visco e non a Draghi. Con un evidente impatto sui conti pubblici visto che la Banca d’Italia restituisce anche una quota dei suoi utili al Tesoro.

Un’altra misura shock è la vendita del patrimonio immobiliare pubblico alle famiglie italiane e agli investitori. In pratica Lega e M5s vorrebbero prendere 200 miliardi di patrimonio pubblico (caserme, palazzi e monumenti) trasformandoli in un titolo finanziario da vendere al risparmio domestico e agli investitori. Tradendo peraltro la loro natura ideologica basata sul protezionismo e sulla contrarietà a ogni tipo privatizzazione. Per l’Ilva, poi, si dice di spegnere i forni senza però spiegare come evitare di far perdere quei tanti posti di lavoro in gioco. Infine si tengono vaghi anche sul tema della scuola, su cui l’imperativo sembra soltanto smantellare quella “Buona” di Renzi, evitando quindi di salvaguardare ad esempio tutti gli investimenti sull’edilizia scolastica previsti dalla precedente riforma.

E intanto lo spread sale. Al punto che oggi Salvini scrive su Facebook: “Stanno usando gli stessi vecchi trucchetti”. Ma il leader della Lega dovrebbe sapere che i mercati non sono malvagi e spietati. Piuttosto seguono una semplice lo logica dell’investimento, del cosiddetto “flight to quality”, ovvero una fuga dalla nostra borsa e dai nostri buoni del Tesoro per cercare altrove credibilità e prospettive di crescita.
Per cui come si fa ad arrivare a sostenere che la salita dello spread dipende dalla Bce, come dice oggi Bagnai (“non dipende dal Dio mercato, ma da come viene gestito dalla Bce”) quando la proposta politica che arriva da Lega e M5s è quella di cancellare il debito unilateralmente. Ci si chiede quale dovrebbe essere a loro giudizio la linea di buon senso che dovrebbe seguire Mario Draghi: accettare la proposta di cancellare il debito o accettare la proposta di cancellare il debito?
Non si comprendono infatti le ragioni per cui il garante dell’Euro dovrebbe accogliere un progetto così scriteriato, ovvero quello di creare un buco di 250 miliardi nella Banca centrale europea mettendo peraltro in discussione la stessa moneta unica.

È chiaro quindi che proposte di questo tipo, irrealizzabili per via del nostro elevato debito pubblico, rischiano soltanto di allargare i piccoli focolai che in questi giorni si stanno registrando su Piazza Affari. Il punto è che all’orizzonte sembrano addensarsi nubi ben più consistenti delle attuali prese di beneficio, e soprattutto seriamente allarmanti se si considera che prima o poi Mario Draghi chiuderà il suo (finora) salvifico ombrello del Quantitative easing.
A quel punto gli investitori potrebbero realmente cominciare a disfarsi dei nostri titoli di Stato e vendere a piene mani le azioni delle società quotate a Piazza Affari. E se lo facessero, purtroppo, non sarebbe solo per pura speculazione, ma per rincorrere piuttosto la logica che muove le scelte del mondo finanziario: perché puntare su un Paese che rischia di sbandare sforando i conti pubblici o addirittura di schiantarsi contro un muro uscendo dall’Euro? Con le inevitabili conseguenze per i risparmiatori italiani: un costo del debito più equivale a più spese per interessi e quindi meno risorse per servizi e investimenti.

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