Elezioni di Midterm, Trump in bilico. La guida completa

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Tutto ciò che c’è da sapere sulla consultazione di martedì 6 novembre, in cui si rinnovano tutti i seggi della Camere e un terzo del Senato

Le agende di tutti i media internazionali, delle cancellerie politiche, gli occhi di miliardi di cittadini sono puntati su una data: martedì 6 novembre, il giorno delle elezioni di Midterm. Si tratta del primo vero test elettorale per Donald Trump, dopo le presidenziali del novembre 2016. Quelle di medio termine, infatti, sono le consultazioni più importanti per la politica americana dopo quelle che eleggono l’inquilino della Casa Bianca. In primo luogo perché coinvolgono tutti gli elettori statunitensi e poi perché sono fondamentali per l’indirizzo politico che l’amministrazione in carica potrà dare al suo mandato.

Perché si vota, per cosa si vota

Come detto, alle elezioni di metà mandato non si vota per la Casa Bianca, visto che il mandato del presidente dura quattro anni, bensì per rinnovare parzialmente il Congresso, per eleggere diversi governatori e assemblee legislative locali, e anche per alcuni referendum. Si tratta, di fatto, di elezioni legislative: negli Stati Uniti si tengono ogni due anni, e ogni quattro combaciano con l’elezione del presidente.

Innanzitutto, con le mid-term si eleggono tutti i membri della Camera (House of Representatives), che viene rinnovata completamente ogni due anni. Così come ogni due anni si vota per il Senato, ma in questo caso per rinnovare soltanto un terzo dei suoi componenti: il mandato dei senatori dura infatti sei anni, e ogni due anni ne viene rinnovato un terzo. Nel sistema legislativo americano, infatti, benché vi sia di fatto un bicameralismo (quasi) perfetto, Camera e Senato sono due istituzioni differenti: la prima rappresenta il popolo e i suoi 435 membri sono eletti in collegi uninominali di popolazione simile. I 100 membri del Senato invece rappresentano idealmente gli stati: ogni stato elegge 2 senatori.

Le mid-term sono spesso anche l’occasione in cui si elegge la maggior parte dei governatori dei diversi stati: questa volta ben 36 (su 50).

Per Trump è una prova vitale

Dopo le elezioni del 2016 (e anche nei due anni precedenti in verità) sia la Camera che il Senato sono saldamente controllati dal Partito Repubblicano, che governa anche alla Casa Bianca. Benché il Presidente degli Stati Uniti abbia molti poteri, i provvedimenti legislativi devono necessariamente passare per l’approvazione di entrambi i rami del Congresso. Se i Repubblicani dovessero perdere la maggioranza anche solo in una delle due camere, il Presidente diventerebbe quella che in gergo viene definita “anatra zoppa” (lame duck).

Tenendo conto che per Trump, negli ultimi due anni, con il Congresso e il Senato a maggioranza repubblicana, non è stato affatto facile far passare i suoi provvedimenti, è facile immaginare che se, anche solo una delle due camere passasse ai democratici, per il presidente la situazione potrebbe diventare ingestibile e il rischio di una paralisi molto probabile.

Un referendum su The Donald

Donald Trump è un presidente molto impopolare, piace solo al 42% degli americani. Ma lo è meno di quello che ci si possa immaginare, specie se si sta leggendo un sito di informazione come Democratica.

Le tante promesse fatte in campagna elettorale sono rimaste in parte tali (il muro con il Messico, l’espulsione di massa di tutti i migranti irregolari, la riforma della Nato, la rottura con la Cina), altre sono diventate realtà, dalla riforma fiscale all’uscita dagli accordi di Parigi sul clima, dal ‘travel ban’ al raffreddamento del disgelo con Cuba, dalla cancellazione di parte dell’Obama-care all’introduzioni dei dazi. In politica estera può vantare una perdita di terreno dell’Isis in Siria e Iraq e lo storico incontro con Kim Jong-un a Singapore. Tutte cose che, unite ad altri provvedimenti minori, hanno cementato il consenso degli elettori repubblicani. Tanto che oggi quel 42% è sì un numero basso ma non bassissimo, se si pensa che qualche mese fa si aggirava intorno al 36%.

Ma il vero “fiore all’occhiello” dell’amministrazione Trump, quello che il presidente può rivendicare con forza, è l’andamento economico del Paese. Un trend iniziato negli ultimi sei anni di presidenza Obama, di cui The Donald ha beneficiato e che, bisogna riconoscerlo, ha in parte rafforzato. Il Pil continua a crescere, la disoccupazione a calare: nel terzo trimestre del 2018 l’economia statunitense è cresciuta del 3,5%, mentre il tasso di disoccupazione alla fine di settembre era del 3,7%.

Come fa notare Francesco Costa, uno dei maggiori esperti di politica americana in Italia, “di solito nella politica statunitense si dice che ci siano cinque indicatori che preludono a una sconfitta del partito in carica: un presidente impopolare, un’opposizione particolarmente motivata, i risultati delle ultime elezioni suppletive, un alto tasso di mancate ricandidature nel partito al governo e un’economia in difficoltà. Ecco: oggi siamo in presenza dei primi quattro fattori, ma sicuramente non del quinto. L’economia statunitense, con tutte le sue storture, va bene come poche altre volte nella sua storia”.

A fronte di questo c’è un 52% di americani che, però, afferma di detestare il presidente, per tutti i difetti che gli sono noti: divisivo, arrogante, egocentrico, neppure troppo velatamente razzista e omofobo, collezionatore di gaffe, spesso volgare, al centro di scandali come il Sexgate e, soprattutto, il Russiagate (in cui è sostanzialmente accusato di aver truccato le elezioni americane con l’aiuto di Putin), indifferente ai diritti umani, degli ultimi e delle minoranze etniche e linguistiche.

Chi vince? I sondaggi più importanti

Quante sono le possibilità che Trump diventi una “anatra zoppa” come Obama dopo il 2010? Parecchie, secondo le previsioni raccolte con la consueta precisione da YouTrend.

Secondo FiveThirtyEight, il sito di analisi fondato e diretto da Nate Silver, c’è un 85% di probabilità che i repubblicani mantengano la maggioranza in Senato; ma viene attribuita una probabilità ancora più alta (86%) allo scenario che vede i democratici vincere la maggioranza alla Camera (dove è più facile che si verifichino ribaltamenti clamorosi). Un paradosso? No, dato che al Senato si rinnovano 35 seggi, e 26 fra loro sono attualmente in mano ai democratici, mentre alla Camera si rinnova tutto e sui 73 collegi più incerti per il Cook Political Report ben 69 sono oggi in mano ai repubblicani.

Un modello differente, messo a punto da Optomus, conferma e rafforza ulteriormente le stime di FiveThirtyEight: secondo questo modello i democratici avrebbero quasi il 95% di probabilità di avere la maggioranza alla Camera, mentre i repubblicani sono quasi altrettanto certi (91,6%) di mantenere quella al Senato. Entrambe le tendenze, peraltro, si starebbero rafforzando negli ultimi giorni.

 

La composizione sociale della nuova America

Sempre YouTrend ci fornisce un’interessante angolazione da cui osservare l’America (al voto) che cambia. Riguarda il genere e il livello di istruzione del corpo elettorale. Secondo un’indagine pubblicata dal Wall Street Journal e da NBC News, infatti, negli ultimi anni è andata allargandosi la forbice che divide due classi in particolare: le donne bianche con un elevato livello di istruzione (tra cui le elettrici democratiche prevalgono su quelle repubblicane di ben 33 punti) e gli uomini, anch’essi bianchi, con un livello di istruzione medio-basso (dove gli elettori del GOP sono 42 punti avanti rispetto ai rivali). Basta osservare il grafico qui sotto per comprendere come le differenze, in un’agenda polarizzata come quella imposta da Trump, sia andata via via crescendo.

I candidati (e le sfide) da tenere d’occhio

Come sempre, anche in questa occasione repubblicani e democratici però hanno scelto i propri candidati da proporre nei vari collegi tramite le primarie. Non sono mancate le sorprese, specie tra i dem, con l’elettorato che sembrerebbe essersi spostato più verso sinistra, eleggendo molti candidati vicini a Bernie Sanders come la giovane Alexandra Ocasio-Cortez che sarà in corsa a New York. Altro giovane democratico molto apprezzato è Beto O’Rourke, che per il Senato proverà la mission impossible di battere in Texas Ted Cruz. A prescindere di come andrà il voto in Texas, in molti già lo definiscono il nuovo Obama.

Da tenere d’occhio, al solito, i purple states, gli Stati in bilico: North Dakota, West Virginia, Indiana, Tennessee, Montana, Missouri, Arizona, Nevada. Solo per citarne alcuni.

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