Abbiamo sbagliato e abbiamo perso. Ma non possiamo rinunciare a combattere

Focus

Il Pd non appartiene a un segretario o a un gruppo dirigente, ma a chi tutti i giorni mette faccia e impegno, a volte anche nonostante noi

Abbiamo perso. Vuol dire che abbiamo sbagliato. Punto. Sono giuste le dimissioni di Matteo Renzi, che portano con sé l’avvio della fase congressuale e la ricerca di un nuovo gruppo dirigente. Ecco perché senza esitazioni ho convocato la direzione e convocherò l’assemblea per avviare la fase congressuale: abbiamo bisogno di una discussione vera e larga, su quello che è successo ma anche sul cosa e sul come deve essere il Pd del futuro.

Noi non abbiamo perso perché abbiamo governato male: abbiamo portato il paese fuori dalla peggiore crisi degli ultimi decenni, e portato a casa leggi e misure che in altri momenti storici avrebbero fatto gridare al miracolo. Certo ci sono stati anche errori, per carità. Ma il saldo è sicuramente positivo. Non abbiamo nemmeno perso perché lo abbiamo comunicato male. Siamo stati sconfitti culturalmente e politicamente, non abbiamo saputo convincere il paese a superare i propri timori. Ha vinto chi ha puntato sulla paura e sulla rabbia. Ha perso chi ha provato a scommettere sulla fiducia nel futuro. Ed è andata così anche perché nei molti luoghi dove quella paura è più forte noi non c’eravamo più.

Nonostante l’impegno straordinario dei nostri iscritti, dei volontari, della base del Pd, da un pezzo largo del paese noi siamo stati percepiti come distanti e ostili. Perché da molti di quei luoghi eravamo davvero distanti. Tutti parlano di povertà nei convegni e molto per contrastarla abbiamo fatto nell’azione di governo, ma quanti di noi possono dire di esserci entrati nei luoghi della povertà e di essersene occupati? Come vi ho raccontato la cosa che più mi veniva rinfacciata in questa campagna elettorale nel mio collegio era il senso di abbandono. Non basta governare, occorre esserci. Fisicamente. Non lo abbiamo fatto e il pezzo del paese che più dovremmo rappresentare, perché è quello che soffre di più, ci ha voltato le spalle.

Sono convinto che una delle ragioni sia nel modo in cui (non) funziona il Pd.

A me è capitato l’onore in questi anni di rappresentare il mio partito. Ci sono due modi di fare il dirigente: chiedersi cosa puoi fare per il tuo partito o chiedersi cosa il tuo partito può fare per te. Io mi sono caricato compiti che nessuno voleva svolgere perché c’era solo da perdere, sono andato a cercare quei luoghi e quelle situazioni dove si prendevano fischi e non applausi.

Quando mi è stato proposto di fare il capolista a queste elezioni ho chiesto di correre anche nel collegio elettoralmente peggiore della mia città, nella periferia più complicata. Per dare una mano. E per ringraziare dell’onore di un sicurissimo posto da capolista. Non ho preteso un collegio sicuro pensando di far bella figura e migliorare la mia immagine. E poi magari perdendolo. Non ho pensato a cosa avrei fatto dopo le elezioni, ma mi sono impegnato per recuperare fino all’ultimo voto.

Ho portato il Pd qualche punto sopra e riportato a casa qualche migliaio di voti. Mi sarebbe piaciuto riuscire a fare ancora di più, ma tant’è. Ho dato una mano e continuerò a farlo nei prossimi anni in parlamento, in quel collegio e nelle periferie di Roma. E badate bene, non penso sia un merito agire così. Penso sia un dovere, e lo dico perché in questi mesi ho visto tanti che pensavano solo al 5 marzo e come arrivarci individualmente più forti, senza preoccuparsi di cosa sarebbe successo il 4. E davvero oggi vorrei fossimo seri e sinceri ed evitassimo di nascondere quello che è il punto vero del dibattito scatenato ieri. Non le dimissioni di Renzi, che ci sono. Ma cosa deve fare il Pd.

C’è un pezzo del gruppo dirigente del nostro partito che non si rassegna a stare laddove deciso dagli elettori, e cioè all’opposizione. Da dove con umiltà e responsabilità dobbiamo ricostruire passo dopo passo una relazione di fiducia e di rappresentanza con la nostra gente.

Interi pezzi di paese ci hanno espulso dal loro orizzonte, come nel mezzogiorno, e questo rapporto non si ricostruisce sostenendo governi guidati da estremisti.

Se un pezzo del nostro gruppo dirigente uscisse dalle sale dei convegni, dai ministeri e dai salotti bene e venisse a farsi una passeggiata nelle periferie, scoprirebbe che immaginare di sostenere chi in questi anni ha soffiato sul fuoco della rabbia sociale con parole di odio non ha nulla di “responsabile”. Significa solo rinunciare a combattere. E finire per legittimare il populismo più becero e violento.

Oggi abbiamo il compito contrario: tornare a immergerci nel paese, nelle sue contraddizioni e paure per ricostruire con pazienza e umiltà, senza cercare scorciatoie.

Un obiettivo che merita qualche rinuncia, lo dico con affetto a chi ha l’ossessione di stare sempre in maggioranza: senza incarichi si resiste tranquillamente, se si ha un progetto politico.

Per questo abbiamo bisogno di discutere insieme, senza le solite risse incomprensibili che tanto hanno contribuito a questa sconfitta e che sembrano già ripartire in queste ore.

E quando dico insieme intendo non tra di noi, ma con la nostra gente.
Perché questo partito non appartiene a un segretario o a un gruppo dirigente, ma innanzitutto a chi tutti i giorni mette faccia e impegno a disposizione del Pd, a volte anche nonostante noi.

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