Fra le pagine chiare e le pagine scure di questa campagna elettorale

Focus

Conversazione con il politologo Massimiliano Panarari

Massimiliano Panarari è uno dei più acuti osservatori della politica, delle sue modalità, della sua proiezione massmediologica. Scrive saggi, appare in tv come politologo “di ultima generazione”, lo si trova spesso sulla Stampa. Noi lo sentiamo spesso. È un’ottima occasione per leggere con lui fra le pagine chiare e le pagine scure di questa campagna elettorale.

Panarari, in questa conversazione partirei da una valutazione generale. Non è stata una campagna elettorale bella, non c’è stata una grande partecipazione di massa, né grandi appuntamenti, nemmeno in tv. Nemmeno personaggi particolarmente nuovi. 
E infatti la prima cosa che vorrei dire riguarda Berlusconi. Come mai è ancora un grande protagonista? Partendo dal dato di fatto che lui non è mai uscito dalla politica italiana, era nella fase calante della sua parabola anche per le note vicende giudiziarie ma l’impossibilità di trovare un altro leader federatore del centrodestra – perché lui lo ha impedito, come Krono che ha divorato i suoi figli -,  la sua concentrazione di risorse mediatiche e finanziarie, il suo essere l’autobiografia di una parte della nazione e dunque in grado di avere ancora consenso, tutto questo lo ha mantenuto come uno dei player principali del nostro sistema politico.
Ma è ancora lui il capo della destra italiana oppure in questa campagna si è vista concretamente un’alternativa?
E’ emersa la capacità di imporre temi e determinare un’agenda-setting da parte di Matteo Salvini, certo. Che è anche aiutato dall’anagrafe rispetto a Berlusconi ma questo non spiega tutto. Il risultato è un’egemonia culturale e sottoculturale di tipo nuovo, con una rincorsa a chi è più vicino al Gruppo di Visegrad, per intenderci, e una competizione interna al centrodestra che ha radicalizzato fortissimamente le issues in una direzione populistico-sovranista. E anche Berlusconi, nonostante il posizionamento principale come corrispondente italiano del Ppe, ha voluto – o forse dovuto – inseguire la Lega per ragioni di marketing elettorale. Mi ha colpito molto il “giuramento” di Salvini a Milano sul Rosario e il Vangelo, un gesto fortemente simbolico da ultradestra di un paese dell’Europa dell’est. E per una democrazia liberale occidentale che purtroppo non è mai riuscita ad essere un paese normale come la nostra questo fatto rappresenta lo sfondamento di una nuova ulteriore barriera.
In questa alleanza di centrodestra che in realtà è una specie di illusione ottica, chi dei due è apparso mediaticamente più forte?
In questo che appunto è un cartello elettorale direi che Salvini ha cercato di riorientare il discorso pubblico e la narrazione raccogliendo le pulsioni xenofobe e estreme restituendole senza filtri e sovraccariche di toni politici. Berlusconi invece ha cercato di adattarsi alla logica mediale entrando nei contenitori televisivi esistenti e riproponendo il repertorio suo classico come se il tempo non fosse mai passato. D’altronde quella medialogica a partiore dagli anni Ottanta l’ha sostanzialmente creata lui con le sue neo-tv commerciali.
Secondo me fra i due capi la Meloni è politicamente scomparsa. Forse proprio perché è stata scavalcata a destra da Salvini.
Sì, verrebbe quasi da dire tertium non datur. In termini di spregiudicatezza comunicativa è impressionante vedere come dalla Lega Nord che si proclamava schierata con i partigiani si è passati alla Lega senza qualificazione territoriale che flirta con CasaPound e impugna tematiche e slogan dal sapore vagamente neofascista. E alla leader di Fdi cosa resta da fare? Giusto andare a Budapest per ottenere da Orban l’esclusiva diretta della titolarità di terminale italiano del Gruppo di Visegrad.
Questa la metterei senz’altro fra le pagine scure. Direbbe dunque che il tratto fondamentale di questa destra è il populismo, nel senso di suscitare e raccogliere le pulsioni meno razionali della società italiana?
Effettivamente questa è una delle componenti essenziali del discorso politico populista e la ritroviamo integralmente nella campagna elettorale appena chiusa. Ma il populismo è un fenomeno molto complesso e ambiguo classificato di volta in volta come ideologia “sottile” con uno stile comunicativo o complesso di issues politiche. E nel caso di questa campagna possiamo dire che lo sfondamento anche linguistico rischia di portare a un nuovo senso comune che va in una direzione opposta all’idea di società aperta che costituisce il fondamento della strutturazione democratica delle società occidentale. E infatti il sovranismo da connotazione marginale è balzato al centro del dibattito politico e del discorso pubblico.
Ma Berlusconi e Salvini sono “ideologicamente” compatibili?
Può darsi che il potere – un collante formidabile – riesca a tenerli insieme. Ma è chiaro, e già si vede, che c’è una competizione accesa e che Salvini sta aspettando di ereditare lo scettro d Berlusconi forzando la successione che il leader di Fi contrasta in tutti i modi cambiando dall’interno la natura del centrodestra per farne un destra-centro propedeutico a una destra-destra di cui sarebbe il sovrano assoluto.
Nel malessere italiano non sguazza solo la destra ma anche il M5s. Come ha visto la sua campagna elettorale?
Il M5s molto più che fare politica fa comunicazione. Lo possiamo considerare un party communication-oriented  e lo si è visto nel corso di questa campagna che ha visto susseguirisi una lunga catena di atti comunicativi: dall’ultimo video governista di Beppe Grillo al casting da reality dai “ministri”, dal tour nelle 100 città del “richiamato in scena” Di Battista ai voli nella City londinese di Di Maio che volevano parlare anche a un certo elettorato italiano, fino alla pochade della lista inviata con una mail al Quirinale per continuare a stare sulle prime pagine dei giornali.
La scena di Di Maio al Quirinale non ricevuto da Mattarella è una pagina scura pur nella sua comicità… Tutta roba che ha fatto passare in secondo piano Rimborsopoli.
Esattamente. Quella era la finalità comunicativa, insieme all’obiettivo di oscurare le performance amministrative non eccellenti di quelle che dovevano essere le vetrine del buon governo, in primis Torino e Roma.
Di Maio alla fine a me è parso un vecchio politico alla ricerca di accordicchi per un suo (immaginario) governo. L’era del Vaffa-day sembra preistoria. In questo mutamento, dal Vaffa al doppiopetto, Di Maio come le è parso?
Lui è sostanzialmente un professionista della politica, molto “italico”, e quindi la memoria potrebbe correre a un incrocio tra un esponente dell’Unione Qualunque e un giovane notabile democristiano meridionale. Perciò è esemplare per incarnare la sterzata verso la normalizzaione e l’istituzionalizzazione del Movimento a cui comunicativamente si è sottoposto lo stesso Grillo col suo ulitimo video in cui da attore consumato chiede ai “ragazzi meravigliosi” di dargli finalmente il governo.
Infine, il Pd. Ha fatto una buona campagna elettorale? Pagine chiare e pagine scure?
Rispetto alla comunicazione populista che sta riflettendo lo spirito del tempo è sicuramente complicato avere una reazione comunicativa della stessa forza. Questo è il problema principale del Pd. Che ha fatto scelte giuste a mio giudizio quando ha rivendicato l’idea della razionalità in politica, la difesa dela scienza e l’indicazione che occorra serenità e stabilità per far funzionare il Paese.
La famosa forza tranquilla di Mitterrand?
A questo proposito forse si doveva valorizzare di più la carta che a livello personale risultava più congruente a questa idea, cioè la figura di Paolo Gentiloni. Anche perché in termini comunicativi serviva a differenziare l’offerta rispetto a potenziali premier rissosi come quelli della destra radicalizzata e perché, sebbene non corretto dal punto di vista istituzionale, il tema comunicativo del candidato premier resta forte ed è forse una delle poche realtà metabolizzate dagli italiani del sistema maggioritario.
Però l’idea della squadra è stata al centro della campagna di Renzi. Il segretario ha dovuto cambiare schema perché siamo in quel sistema proporzionale che non è quello in cui il Pd è nato. Per come è venuto fuori il Pd è un partito fortemente imperniato sul leader ma ha dovuto parlare di squadra.
E infatti l’idea della squadra è più difficile da comunicare e richiede una strategia totalmente innovativa. Quindi benissimo ha fatto Renzi a evitare la personalizzazione negativa su di lui ma bisognava fare uno sfiorzo in più nel disegnare un format creativo di leadership collegiale.
La questione della leadership in un certo senso ci porta a LeU. Una sua valutazione?
Il centrosinistra ha problemi ma anche la sinistra radicale ne ha, e sarà un problema complessivo fondamentale per il dopo. Resto convinto che le democrazie rappresentative funzionino meglio con uno schema bipolare e qui invece siamo passati da un tripolarimso anomalo a un scardinamento populista trasversale del bipolarismo. Quanto alla figura di Pietro Grasso, riflette le incertezze che sta vivendo LeU e che ci dicono diverse cose sulla problematicità del suo destino futuro. Contrariamente alla storia della sinistra post-comunista LeU ha proceduto nella personalizzazione del leader ma questo non funziona davvero rispetto a quel tipo di elettorato ed è impressionante vedere come in un contesto di disagio sociale tanto marcato da trasformarsi inrabbia e rancore LeU non riesca a trovare sul serio una proposta in grado di intercettare e democratizzare queste pulsioni.
Panarari, dunque alla fine abbiamo capito che la posta in gioco del 4 marzo è abbastanza semplice: democrazia o populismo?
Penso che il punto sia esattamente questo. Con un interrogativo però che deve interessare tutti i sinceri democratici: come separare dal populismo le inquietudini e le  preoccupoazioni legittime che esistono in quelle che un tempo la sinistra chiamava classi popolari per evitare che si trasformino in rancori distruttivi del sistema democratico.
 

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