La debolezza dei vincitori e le ragioni del Pd

Focus

A noi spetta innanzitutto far ripartire la nostra comunità. Ascoltando chi non ci ha votato ma tenendo conto anche delle ragioni di coloro lo hanno fatto

Nel 2006 durante un convegno che gettava le basi per la nascita del Partito democratico, Pietro Scoppola si interrogava sulle ragioni fondamentali della nuova formazione politica. “Storicamente i partiti nascono per rappresentare interessi e valori emergenti che non hanno spazio nella realtà sociale e politica e vogliono conquistarlo” affermava. E individuava nelle “domande e nei problemi che il secolo scorso ha lasciati irrisolti” quelle questioni cui il PD era chiamato a dare risposte.

Molta acqua è passata sotto i ponti, anche se solo dieci anni sono trascorsi dalla nascita del PD. Scenari nuovi in tutto il pianeta e domande inedite irrompono mettendo in discussione convinzioni ed equilibri consolidati. Una crisi finanziaria e sociale dirompente ha segnato in profondità la situazione economica e la vita delle persone, lasciando in eredità uno stato di incertezza e di timore. Migrazioni epocali che sono anche il prodotto di una globalizzazione che, se ha portato decine milioni di persone a migliorare le loro condizioni di vita, ha anche creato enormi disuguaglianze e conflitti e una sensazione intima di sospetto e paura nelle nostre società. E ancora la dirimente questione della re-distribuzione delle risorse, sia globalmente sia all’interno delle democrazie occidentali. Solo accennate e solo alcune tra le domande nuove, o meglio che si ripropongono in forme nuove, che le categorie tradizionali non sono più in grado di interpretare compiutamente e vengono disassate rispetto al loro storico posizionamento. E rispetto alle quali i cittadini faticano ormai a riconoscersi in una società dove la disintermediazione pare farla da padrone, anche sul versante del rapporto con la politica.

Non si vuole prenderla troppo alla lontana, quasi per non rispondere alla condizione della nostra casa. Ma da qui si deve partire perché, in verità, sono le domande che continuano ad interrogare la funzione storica che pensiamo per il nostro partito. Anche e forse soprattutto oggi, dopo una sconfitta dura e netta. Non è un paradosso: le ragioni della nascita del PD sono proprio oggi più valide che mai, esattamente lungo la linea di ragionamento suggerita da Scoppola. Certamente non si può non fare i conti con un giudizio chiarissimo che gli elettori ci hanno consegnato ed occorre sviluppare, come abbiamo iniziato a fare in Direzione, una riflessione approfondita e corale che individui i limiti che hanno contraddistinto, lungo tutti i nostri 10 anni di vita, il nostro agire politicamente, coinvolgendo totalmente la nostra grande e bella comunità. Consapevoli di essere  di fronte a un tragitto lungo di lavoro e di lettura della società italiana e delle condizioni della sinistra riformista e di governo che vive una stagione di seria difficoltà in tutta Europa, e non solo, che va affrontata con coraggio e non in difesa. E altrettanto consapevoli che certamente non possiamo abdicare alle nostre ragioni e considerare tutto perduto.

Se la sconfitta è stata cocente, non possiamo perdere di vista, anzi dobbiamo rilanciare la nostra direzione: essere una sinistra per il governo delle cose, che deve affinare e sviluppare la sua capacità di interpretare le ansie e le speranze delle persone, conferendogli una prospettiva di futuro attraverso una iniziativa politica robusta e comunitaria. Soprattutto negli ultimi anni, sia concesso dirlo anche in controtendenza alle analisi un po’ di maniera di questi giorni, i governi guidati dal PD hanno letto l’emergere di un montante malcontento dei cittadini, della loro inquietudine e della loro disillusione verso la capacità di governare i fenomeni nuovi. Hanno per questo realizzato, con coraggio, riforme e hanno attivato politiche che hanno aggredito con determinazione problemi mai affrontati negli ultimi 30 anni di vita italiana. Evidentemente non è bastato, errori ci sono stati e non siamo riusciti a convincere gli elettori a dar seguito a quella prospettiva. Ma l’Italia che lasciamo è sicuramente più forte e più giusta di quella che abbiamo ricevuto e il tempo si incaricherà di dimostrarlo e chiunque sarà chiamato al governo del Paese ne beneficerà: questa è e rimane la più alta forma di responsabilità cui è chiamata una forza politica verso i cittadini. E’ già capitato anche in passato che il centrosinistra fosse chiamato a rimediare ai disastri altrui e probabilmente ricapiterà.

Può sembrare azzardato parlare di orgoglio ma è opportuno non dimenticare ciò che abbiamo fatto in questi anni come base per rilanciare la nostra iniziativa. Quelli che forse troppo semplicisticamente vengono chiamati populisti hanno senza dubbio intercettato meglio di noi il malcontento e la disillusione e sono stati premiati nelle urne portando quei sentimenti in Parlamento. Ora però, e qui sta il discrimine, sono chiamati a trasformare la rappresentazione del voto in capacità di governo, in iniziativa politica seria e praticabile, uscendo da toni e parole d’ordine da campagna elettorale ed entrando nel terreno della politica e del confronto parlamentare. Si nota invece, anche in questi giorni, quella che potremmo chiamare la debolezza dei vincitori. In un sistema tornato proporzionale per le note ragioni, occorre un di più di visione, la capacità di indicare ai cittadini una prospettiva solida e non solo giochi tattici. E al momento a me non pare ve ne sia traccia. Alcuni commentatori chiamano il PD ad assumersi l’onere di sbrogliare la matassa, di fare da sponda e facilitare. Magari gli stessi che indicano nel PD lo sconfitto delle elezioni. Curioso modo di fare chiarezza. La nostra posizione in questo avvio di legislatura, espressa praticamente all’unanimità in Direzione, non è solo figlia del pronunciamento degli elettori e neppur dell’essere chiaramente e radicalmente alternativi ai valori e alle proposte di chi è stato e rimane il nostro avversario. E’ innanzitutto il richiamo alla responsabilità di chi è stato individuato, o si è autoproclamato, vincitore delle elezioni a considerare chiusa la campagna elettorale e ad assumersi l’onere di spiegare cosa intende fare, e in che modo, per far partire la nuova legislatura.

A noi ora spetta innanzitutto far ripartire la nostra comunità. Certo, come ci siamo detti in questi giorni, ascoltando chi non ci ha votato, ma partendo, prima di tutto,  ascoltando e tenendo conto delle ragioni di coloro lo hanno fatto. Siamo sicuri di conoscerli davvero? Ripartiamo da loro e dalle loro aspettative, che non sono certo da riserva indiana, sapendo che la fluidità con cui gli elettori, milioni di elettori, spostano il loro consenso a distanza di brevissimo tempo ci chiama a non perdere tempo nel percorso di ricostruzione secondo la prospettiva di una coraggiosa proposta di governo. “…in aderenza alla realtà, e per dominare con intelligenza gli avvenimenti” ci ha lasciato detto Aldo Moro, in un articolo in correzione per Il Giorno proprio il giorno del suo rapimento. Un insegnamento di cui dobbiamo far tesoro.

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