La Spagna al voto con la destra che fa tremare gli europeisti

Focus

L’appuntamento di domenica ha una grandissima rilevanza politica anche per il resto d’Europa. Soprattutto perché rappresenta un importante test sulla tenuta delle forze pro-Ue

Mancano ormai poche ore all’appuntamento elettorale che sta tenendo con il fiato sospeso 46 milioni di spagnoli. Domenica si tenterà di eleggere il nuovo inquilino della Moncloa. E definirlo un tentativo non è casuale, visto che “las elecciones generales” – come vengono definite in Spagna – si svolgono in un clima di grandissima volatilità politica. Tutti i sondaggi pubblicati nei giorni scorsi danno il Psoe di Pedro Sanchez molto avanti rispetto ai suoi avversari, ma lontano comunque dall’asticella della maggioranza assoluta che gli permetterebbe di formare un governo senza alleati.

La frammentazione politica e la fine del bipartitismo spagnolo

Complice di questa forte incertezza è la frammentazione politica che dal 2015 ha provocato la fine del bipartitsmo “Partito socialista-Partito popolare” e ha aperto la strada agli scenari odierni, i quali vedono da una parte l’ascesa degli “arancioni” Ciudadanos, partito di centro, tendente a destra e portabandiera di ideologie liberal-liberiste; e dall’altra la presenza consolidata dei “viola” di Podemos, la formazione di estrema sinistra nata dal movimento degli Indignados e guidata da Pablo Iglesias.

Forze europeiste contro il sovranismo: un antipasto delle prossime elezioni europee

Ma l’appuntamento di domenica ha una grandissima rilevanza politica anche per il resto d’Europa. Soprattutto perché, a circa un mese dall’appuntamento del 26 maggio, rappresenta un importante test sulla tenuta delle forze europeiste di sinistra e di quelle moderate. Preoccupa infatti, in questo senso, l’altra formazione politica che insieme a Ciudadanos e Podemos sta intorno al 10-11% nei sondaggi, ovvero il partito di estrema destra Vox. Una formazione estremista, che dimostra come anche il Paese iberico sia stato ormai contagiato dall’avanzata delle destre estreme.

L’ascesa di Vox e il terremoto nel centrodestra

Il partito fondato nel 2013 dal basco Santiago Abascal (di cui tuttora è il leader) sta provocando grandi discussioni in Spagna per le sue posizioni estreme su diversi temi – si definiscono ad esempio anti-femministi. Negli ultimi due anni Vox, con la sua matrice populista sempre più consolidata, è cresciuto in diverse comunità spagnole, e a seconda del risultato che otterrà domenica potrebbe essere la componente in grado di far nascere una maggioranza di centrodestra, unendosi al Partito popolare e Ciudadanos.

Di fatto la sua presenza sta destabilizzando il Partito popolare guidato da Pablo Casado, che anche per questo, ultimamente, ha provato a spostare l’asse del proprio partito verso destra, portando avanti una campagna elettorale dai toni molto duri. “I votanti di Vox non hanno più alcun motivo per non votare PP”, ha assicurato Casado nei giorni scorsi. Anche se non si comprende, tuttavia, quali risultati possa ottenere visto che una mossa del genere rischia di far perdere al PP altri voti dei moderati (dopo quelli già persi quando alla guida c’era Mariano Rajoy), senza recuperare, al contempo, quelli dei simpatizzanti di Vox, che potrebbero scegliere piuttosto la versione originale. Oltretutto il PP ha al suo interno ha una forte componente di moderati e lo stesso leader Casado non è un radicale estremista. Quindi dove mai porterà la sua strategia di recuperare i voti a destra per poi tornare verso il centro? Lo diranno i risultati del 28 aprile.

Il protagonismo catalano

Tra le variabili in gioco nel voto di domenica, la questione dell’indipendenza catalana ha assunto un ruolo da protagonista. È soprattutto su questo tema che sono arrivati gli attacchi incrociati del centrodestra al Psoe, con i due leader Pp e Ciudadanos che hanno accusato continuamente Sanchez di sedersi insieme ai “golpisti” (così vengono definiti i secessionisti catalani dalla destra), e di volere un indulto per i politici catalani detenuti. Di risposta Sanchez – che su questo la pensa come la sinistra di Podemos – ha messo in chiaro che i rapporti con gli indipendentisti si risolvono soltanto con il dialogo e ha ribadito, più volte, che con lui al governo non si farà mai alcun referendum legittimo (“No es no”).

Quello catalano è un tema in grado di spostare diversi voti perché divide molto le opinioni degli spagnoli: da una parte c’è chi riconosce la diversità di alcune regioni autonome con differenti lingue e diverse tradizioni e che quindi è più propensa al dialogo (“Uniti nella diversità”, ha sottolineato più volte Sanchez); dall’altro c’è chi invece vorrebbe il pugno duro, come la destra – che ritiene che la nazione sia soltanto una – che sta portando a un pesante inasprimento delle posizioni.

L’incertezza del voto confermata dall’alto numero di indecisi

Il fatto che un terzo di spagnoli ancora non abbia deciso chi votare è segno di un altissimo grado di incertezza: si tratta di un numero impensabile fino a qualche anno fa, quando ancora ci si trovava nell’era del bipartitismo Psoe-Pp.

I complicati scenari post elettorali

E a dimostrazione evidente di quanto sarà complicato il percorso che porterà a una maggioranza di governo basti osservare i due confronti pubblici fra i candidati, andati in onda in quest’ultima settimana di campagna elettorale, nei quali addirittura uno dei quattro blocchi dedicati al dibattito è stato pensato (e titolato) proprio sulle alleanze post-elettorali. Ne è uscito un quadro incerto, dove in pratica i leader non hanno escluso alcuna ipotesi.

Da sinistra: Pedro Sanchez (Psoe), Pablo Casado (PP), Albert Rivera (Ciudadanos) e Pablo Iglesias (Unidos Podemos)

Le equazioni più naturali sono due: da una parte Psoe e Podemos (che potrebbe dare anche un appoggio esterno), dall’altra PP, Ciudadanos e Vox (stile modello Andalusia). Sondaggi alla mano, però, nessuna delle due coalizioni-alleanze riuscirà ad ottenere una maggioranza assoluta.

Ed è qui che entrano in gioco alcune variabili, la prima delle quali è l’ingresso dei partiti indipendentisti in un governo di centrosinistra, con il conseguente rischio di instabilità politica (si veda il ruolo che hanno avuto i secessionisti catalani nell’ultimo anno: prima facendo cadere Rajoy, dieci mesi fa, per poi affossare a febbraio scorso anche il governo Sanchez, non votando la legge di bilancio).

L’altra possibile alternativa alle due soluzioni più naturali potrebbe essere invece un governo formato da Psoe e Ciudadanos. Una soluzione diversa, che sulla carta sembra difficile, ma che alla fine non è da escludere, anzi. Una formazione di questo tipo, fortemente europeista, darebbe sicuramente stabilità al governo (non a caso è la soluzione preferita dai grandi investitori istituzionali) e la possibilità che possa concretizzarsi è data dal fatto che nessuno dei due leader ha voluto escluderla pubblicamente (va ricordato il silenzio di Sanchez quando nel primo dibattito pubblico è stato messo all’angolo da Ilgesias di Podemos, che lo ha incalzato più volte chiedendo se avesse intenzione di formare un governo con Ciudadanos).

La vera partita, insomma, si giocherà a partire da lunedì 29 quando, dati alla mano, comincerà un percorso lastricato da difficili compromessi politici. Dove l’incognita Vox potrebbe davvero fare la differenza.  

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