Equo compenso, Di Maio e Bonafede ci prendono in giro

Focus

I gialloverdi sono in campagna elettorale permanente, la bontà delle norme e delle azioni passa sempre in secondo piano rispetto alla propaganda

Questo governo sta prendendo letteralmente in giro il mondo del lavoro autonomo, e lo fa su uno dei temi più delicati: quello dell’equo compenso.

Nella scorsa legislatura con i governi del Pd siamo riusciti ad estendere al mondo delle professioni diritti e tutele fino ad allora riservate soltanto al lavoro dipendente. Lo abbiamo fatto con la legge 81 del 2017, lo statuto dei lavoratori autonomi. Abbiamo abbassato la pressione fiscale sui liberi professionisti portando l’aliquota della gestione separata dal 33 al 25%. Nell’ultimo scorcio di legislatura siamo riusciti a stabilire il principio, attraverso il decreto fiscale 148/2017, che le prestazioni dei professionisti devono sempre essere retribuite in maniera proporzionale alla qualità e quantità del lavoro svolto, come richiede l’articolo 36 della Costituzione. Specie se a dover pagare sono i grandi committenti: banche, assicurazioni, ma soprattutto la Pubblica amministrazione, che in questi anni ha purtroppo contribuito allo sfruttamento di lavoro gratuito da parte dei professionisti per fare fronte alle proprie carenze di personale e competenze. In cambio, si scriveva nero su bianco, il professionista avrebbe ottenuto una “sponsorizzazione”, una pubblicità derivata dall’esperienza che invece, di fronte all’impossibilità dei più giovani di lavorare gratis, si traduceva nel rafforzamento della posizione dominante di chi può permettersi di saltare una fattura e ha invece convenienza ad entrare nella macchina pubblica dalla porta principale, a tutto svantaggio dell’efficienza e della trasparenza della PA.

Alla norma sull’equo compenso introdotta sul finale della scorsa legislatura, doveva seguire in questa un lavoro di ricucitura e ascolto delle associazioni professionali e degli ordini, affinché fossero emanati gli appositi decreti parametri con l’indicazione di un compenso equo e dignitoso per le prestazioni svolte dai professionisti. Invece Di Maio e Bonafede, che condividono questa responsabilità, fanno finta di niente. Il secondo ora forse convocherà un tavolo, ma lo farà senza l’apporto delle professioni non ordinistiche e tornerà quindi a dividere il mondo del lavoro autonomo, spaccando i diritti e creando privilegi.

Di Maio invece si riempie la bocca col salario minimo, ma perché non convoca il tavolo tecnico sul lavoro autonomo previsto dalla legge 81/2017? Uno strumento pensato apposta per una fase di dialogo, di costruzione di diritti. Ma il motivo è presto detto: la fase è tutt’altra, i gialloverdi sono in campagna elettorale permanente, la bontà delle norme e delle azioni passa sempre in secondo piano rispetto alla propaganda. E a rimetterci è chi lavora.

Da ieri c’è una petizione delle associazioni dei professionisti, lanciata fra gli altri da Confprofessioni e Acta. Chiedono al governo che vengano emanati i decreti parametri, che vengano ritirati i bandi a titolo gratuito. Dicono basta, perché il lavoro deve essere pagato. Siamo stati al loro fianco per costruire diritti, saremo ancora al loro fianco per chiedere risposte a Di Maio, Bonafede e a tutto questo governo ipocrita.

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