L’errore capitale dell’Europa: così finisce il grande sogno

Focus

Finché ci saranno solo gli Stati nazionali, con elezioni solo nazionali, leggi nazionali e costituzioni nazionali, non si uscirà da questo tunnel

Dov’è finito il grande sogno europeo? Come è possibile che “l’utopia realizzata” di un continente unito e pacifico, quel continente che ha dato vita ai più grandi conflitti della storia, venga oggi messa in discussione in maniera così potente? Come è successo che il progetto più moderno e visionario della seconda metà del Novecento e dei primi anni Duemila sia oggi percepito come un gigante vecchio e imbalsamato?

Negli ultimi anni, va detto, il contesto politico, economico e sociale ha subito degli scossoni epocali. E’ successo letteralmente di tutto. Pensiamo a tre fattori che, da soli, sarebbero stati sufficienti a rivoluzionare una società: la più grande e lunga crisi economica dell’ultimo secolo, l’esplosione di guerre sanguinose in un intero quadrante globale (con la diffusione del terrorismo e la crisi migratoria), la più incredibile e spettacolare esperienza di innovazione tecnologica mai registrata nella storia dell’umanità.

Il mondo di oggi è innanzitutto figlio di tutto questo. Il pantano in cui è finito il sogno europeo è però legato anche a questioni endemiche, strutturali. Il primo, vero, errore zero dell’Europa è stato commesso venticinque-trenta anni fa. Quando si è meritoriamente pensato all’unione monetaria, senza legarla al necessario e decisivo step dell’unione politica.

Quel che vediamo oggi, con tutti i vari “maschi alfa” degli Stati nazionali impegnati a mettersi gli uni contro gli altri, inseguendo logiche di esclusivo consenso interno, è conseguenza diretta di quella mancata scelta. Sì perché a Macron fa gioco avere un Salvini al di qua delle Alpi da sbandierare come spauracchio verso i suoi elettori, così come a Salvini fa bene avere un Macron da annoverare tra i tanti nemici della patria da sacrificare sull’altare del suo delirio mediatico-comunicativo. Un po’ come quando, sempre per interessi di campagna elettorale nazionale, il commissario tedesco Oettinger disse che “i mercati insegneranno all’Italia come si vota”. Lo fece perché il suo partito, la Cdu, in Germania, deve guardarsi dall’avanzata dell’estrema destra e ha quindi bisogno di mostrare il suo volto più severo nei confronti dei “fannulloni” dell’Europa del Sud. La conseguenza, anche in questo caso, fu quella di fornire un enorme assist a chi, invece, in Italia, sta costruendo la sua narrazione politica sull’Europa matrigna e sfruttatrice.

Di esempi così se ne potrebbero fare a centinaia. Finché a decidere il futuro dell’Europa saranno politici impegnati in primis a salvaguardare il consenso interno, questi anteporranno sempre l’interesse locale (che spesso è contrapposto) a quello globale. Sia chi lo dice apertamente (come i sovranisti alla Salvini), sia chi invece sta provando ad andare oltre, almeno a parole (come gli europeisti alla Macron). E’ fisiologico: finché ci saranno solo gli Stati nazionali, con elezioni solo nazionali, leggi solo nazionali e costituzioni solo nazionali, non si uscirà da questo tunnel. Solo un organismo sovranazionale, democraticamente eletto, rappresentativo di tutti, abilitato a decidere per tutti, potrà superare questa empasse.

Da anni si dice che l’Europa sia dentro un limbo, da cui si esce o con un coraggioso slancio in avanti o con un preoccupante tonfo all’indietro. Molti, tra cui il terribile governo italiano, stanno spingendo per la seconda opzione. Con ottime possibilità di successo, purtroppo. Ma questa, per parafrasare un film francese che ha segnato la nostra epoca (L’Odio di Mathieu Kassovitz), “è come la storia di quel tizio che precipita da un palazzo di trenta piani e per farsi coraggio, ad ogni piano, si ripete: ‘fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene’. Il problema però non è la caduta, ma l’atterraggio”. Il vero dramma dell’Europa, quindi, non è la fase che stiamo vivendo, ma quello che verrà dopo.

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