Sì, il Pse non basta per contrastare i sovranismi

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Non possiamo rischiare di trovarci impreparati all’appuntamento del prossimo maggio, che rischia di essere decisivo per la Storia dell’intero continente

A costo di apparire eccessivamente enfatici, occorre dirlo in modo chiaro: mancano meno di otto mesi al giorno in cui l’Europa andrà incontro al proprio rilancio o all’inizio della propria fine.

La posta in gioco alle elezioni europee del maggio 2019 non è mai stata così alta, ed è bene attrezzarsi fin da subito per giocare questa sfida al meglio delle nostre possibilità.

Il quadro intorno a noi si sta delineando in modo chiaro.

Da una parte vediamo coagularsi quell'”Internazionale sovranista” che ha in Matteo Salvini e Marine Le Pen i suoi principali esponenti. Un fronte che ha un obiettivo manifesto: smembrare l’Unione europea. Dall’altra parte, un PPE che sembra aver perso la sua storica anima europeista e che ha da poco annunciato la candidatura a presidente della Commissione del tedesco Manfred Weber. Una figura che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, lontano dal moderatismo di Juncker, più vicino a Viktor Orban che alla Merkel stessa.

Di fronte a questo scenario, io credo che il fronte europeista abbia la necessità – anzi, l’obbligo – di creare un’alleanza politica più larga possibile. Ciò che serve adesso è costruire ponti, non recinti. Per questo, il Partito Socialista Europeo è lo strumento necessario ma non sufficiente ad affrontare le sfide che oggi ci si pongono davanti.

Sondaggi alla mano, è del tutto evidente come la nostra famiglia politica rischi un grande ridimensionamento numerico nel prossimo Parlamento europeo. Vale per il Partito Socialista Francese, per la SPD tedesca e ovviamente anche per il Partito Democratico. Se pensiamo poi che nel prossimo Parlamento europeo verrà a mancare l’apporto dei deputati britannici del Labour, si capisce che i buoni risultati dei partiti socialisti spagnolo e portoghese non potranno bastare a contenere i danni.

Per tutti questi motivi, ritengo che l’appello firmato da Matteo Renzi insieme ad altri sette leader europeisti di diversi schieramenti vada nella giusta direzione, con l’obiettivo di “svegliare l’Europa”. La speranza è che si possa allargare il campo non solo a loro ma anche a sinistra, raccogliendo il sostegno di tutte quelle forze autenticamente europeiste, da Tsipras ai Verdi, attive nei paesi dell’Ue. L’alternativa sarebbe arrendersi a un altro governo dei Popolari, questa volta spostato ancora più a destra.

Se non iniziamo questa discussione adesso, rischiamo di trovarci impreparati all’appuntamento del prossimo maggio, che rischia di essere decisivo per la Storia dell’intero continente.

Ben venga quindi il dialogo, ma viene difficile capire la posizione di alcuni esponenti del nostro partito, che spingono per la formazione di alleanze larghe in patria ma vorrebbero rinchiudersi nei confini del Partito Socialista in Europa. Del resto, lo stesso PSE è un insieme tutt’altro che omogeneo. Pochi giorni fa ho ascoltato l’intervento del premier slovacco Peter Pellegrini al gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. Nonostante l’appartenenza del suo partito al PSE, le sue parole sui migranti non si sono discostate molto da quelle dei governanti del gruppo di Visegrad. Sul tema dell’accoglienza, tra lui ed i firmatari dell’appello “Svegliamo l’Europa!” ci sentiamo più vicini a questi ultimi.

In un momento storico di inedita gravità per la costruzione europea, servono risposte inedite ed originali se vogliamo sperare di avere la meglio. La discussione “tecnica” su come presentarci alle elezioni europee del prossimo maggio appassiona il giusto. Sapere se ci andremo con liste collegate, con gli stessi richiami nei simboli di partito o altro ancora, ad oggi interessa soltanto gli addetti ai lavori. Ciò che invece conta è che ci si presenti con un messaggio unico, chiaro e coerente: difendere l’Europa unita da chi la vuole distruggere.

Se, come Socialisti e Democratici, sapremo essere il motore ed il “lievito” di questo fronte, avremo la possibilità di giocare da protagonisti nel prossimo Parlamento, determinando le priorità della “rifondazione europea”.

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