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Così il Pd vuole sconfiggere il sovranismo

La “nuova” Europa è quella della crescita sostenibile, del lavoro, della dignità della persona, e soprattutto è più unita e forte nel mondo. Riformata profondamente anche nelle sue istituzioni democratiche, con il principio di unanimità che non frenerà più le scelte strategiche e quelle che hanno una ricaduta sulla vita di tutti noi. Sono obiettivi ambiziosi, ma soltanto così possiamo dare un futuro all’unità del nostro continente, combattendo contro i sovranisti e i nazionalismi che vogliono soltanto la distruzione dell’Europa.

E il Partito Democratico costituisce l’unico baluardo credibile contro il disegno antieuropeo, che sarebbe autolesionista anche per l’Italia. Alle elezioni europee del 26 maggio, come avevamo promesso, il nostro partito si apre alla società con spirito inclusivo. E la composizione della lista di 76 donne e uomini che correranno per un seggio a Bruxelles dimostra che la sfida è stata vinta.
Una lista allo stesso tempo unitaria e aperta a tanti mondi diversi, radicata sui territori, con un terzo dei candidati provenienti dalla società civile. E con una forte e qualificata presenza femminile, non solo per rispettare la parità di genere, visto che le donne superano la metà dei candidati.

Abbiamo ottenuto molte disponibilità di rilievo, con tante donne che hanno scelto di mettersi in gioco. Una squadra che riflette un significativo pluralismo di posizioni e con un forte denominatore comune europeista.

La verità è che una “nuova” Europa è il nostro destino e anche lo strumento più adeguato per affrontare i problemi del nostro tempo.
Per creare lavoro e per contrastare le disuguaglianze, per percorrere una strada di sviluppo più verde e sostenibile per il nostro pianeta. Abbiamo bisogno di una nuova Unione Europea che assuma un ruolo attivo in questo campo perché qualunque politica rivolta ai giovani, di sviluppo e formazione oggi può essere realisticamente perseguita soltanto su scala sovranazionale, altrimenti non ha alcuna efficacia.

In questa direzione va la proposta di un pacchetto di misure per le persone dal forte impatto: un’indennità europea di disoccupazione con l’istituzione di un fondo europeo per i disoccupati che assista gli stati membri di fronte a una crisi occupazionale.
C’è poi la necessità di varare un piano straordinario di investimenti sulla formazione delle persone, per la ricerca, le infrastrutture, le energie rinnovabili, il welfare orientato all’innovazione e alla sostenibilità ambientale e sociale.

Nel programma del Partito Democratico ci sono misure importanti di contrasto all’evasione, all’elusione e al dumping fiscale. I profitti delle grandi multinazionali, a partire da quelle dell’economia digitale, vanno tassati dove sono effettivamente realizzati e non spostati artificialmente sulla base dei vantaggi fiscali. Vogliamo superare queste distorsioni attraverso l’introduzione di un’aliquota minima effettiva europea sulle imprese.

Dobbiamo sfuggire allora dalla morsa in cui l’Europa è rimasta chiusa, schiacciata tra un europeismo senza solidarietà e sussidiarietà, e il conseguente insorgere dei movimenti sovranisti.
E’ in questo scenario che si inserisce il fallimento del governo di Lega e Cinque Stelle. Proprio perché sono forze così diverse che hanno trovato una convergenza soltanto sul terreno della convenienza e della spartizione del potere, il governo non ha saputo mettere in campo alcuna strategia nei confronti dell’Europa.
Due visioni incompatibili che si sono saldate soltanto per condividere una condotta da tenere nei confronti di Bruxelles: quella della provocazione, contribuendo di fatto al tentativo di liquidare l’Unione, non di riformarla, isolandosi in maniera preoccupante.

Il paradosso è che l’Europa è l’unico strumento che consente ai popoli di mantenere la propria identità, perché di fronte ai grandi cambiamenti del mondo o siamo uniti, o non riusciremo certamente a salvare la nostra sovranità da soli.
Nel 2012 Helmut Kohl scrisse un articolo per il quotidiano più diffuso in Germania, il “Bild”, nel quale non nascondeva le sue preoccupazioni per la crisi economica e la possibilità che questa potesse minare la fiducia nel progetto postbellico di unificazione progressiva dell’Europa.
Diceva Kohl, lui che era l’ultimo leader tedesco ad aver vissuto l’immane carneficina della Seconda Guerra Mondiale: “Per coloro che non hanno vissuto questa tragedia e che di fronte alla crisi si chiedono quali benefici possa apportare l’unità dell’Europa, la risposta – nonostante tutte le difficoltà e i problemi che dovremo ancora superare – si riassume in una sola parola: pace”.
Ecco la “nuova” Europa che vogliamo, la riforma dal profondo e il rilancio di un modello di convivenza che ci ha garantito più di 70 anni di pace.

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