Si vota, buone sensazioni

Focus

A 48 ore dal voto, la prima bella indicazione dall’Olanda. E da noi un ciclo politico si va comunque chiudendo: se non ora, in autunno

A 48 ore dal voto, la sensazione, alimentata da quello che Paolo Gentiloni ha definito “il vento olandese” (secondo gli exit poll c’è la vittoria dei laburisti dopo anni di destra) è che la temuta onda nera potrebbe trasformarsi in una grande risacca, come quando il mare esita e torna indietro.

Lo spauracchio sovranista-populista-fascista – proprio in questo orrido crescendo – può essere bloccato, ricacciato fra gli anacronismi di un tempo difficile ma che tuttavia non vira verso un nuovo irrazionalismo 2.0: la posta in gioco del voto di domenica sta qui. In Europa e in Italia. Finlandia, Slovacchia, Spagna, adesso l’Olanda: giungono segnali di ripresa dei partiti europeisti, democratici e di sinistra. In Germania i “neri” non passano, in Francia si gioca il gran duello Macron-Le Pen (e incrociamo le dita), Spagna e Portogallo vanno a sinistra, l’est resta sovranista. La Gran Bretagna è un caso a sé, in una deriva imprevedibile. Un quadro mosso, ma sembra che si possa già dire che l’idea dell’Europa non verrà sepolta dal populismo.

E da noi? Da noi l’aria è pesante. La guerriglia quotidiana fra Lega e M5s, che alcuni osservatori leggono come un machiavellismo di prim’ordine escogitato da spin doctor giovani e spregiudicati, può invece aver già stufato. L’esibizione muscolare e pseudo-progressista di Di Maio, mingherlino fisicamente e politicamente, non incanta proprio nessuno; resta – è vero – il machismo politico di Salvini, la cui sovraesposizione però ha assunto livelli parossistici che nemmeno il Silvione dei tempi d’oro poteva permettersi.

Litigano: fanno finta? Può darsi, ma se fanno così adesso figuriamoci quando dovranno stendere la legge di bilancio più difficile degli ultimi decenni: si accuseranno l’uno con l’altro, sbatteranno la testa contro il muro dei numeri, scaricheranno tutto su quel povero premier in cerca d’autore che, col fazzoletto nel taschino in bell’evidenza, si barcamenerà come al solito.

Vogliamo dire cioè che anche se il governo dovesse reggere alla prova del 26 maggio – appiccicandosi qualche cerotto (soprattutto i grillini) – i mesi sono comunque contati. Un ciclo politico si sta rapidamente chiudendo, con buona pace del “contratto” e simili amenità.

Ecco perché nel Pd si sta con la testa già ad un autunno che si profila caldissimo e che può sfociare in nuove elezioni anticipate, ecco perché si stanno ponendo le premesse, già in questa campagna elettorale europea, per fare del Pd il punto di riferimento di un centrosinistra competitivo, magari alleato con forze più moderate che si spera vengano fuori sulla base del fallimento dell’esperienza gialloverde. Zingaretti e il gruppo dirigente sono giustamente ossessionati dall’idea che la precondizione per metter su un centrosinistra competitivo sia lo stato di salute del Pd. Lo hanno capito tutte le componenti.

Si guarda al dopo-26 maggio. Ci si potrebbe ritrovare in un’Italia perfettamente tripolare, con tre forze fra il 20 e il 30%. E ci si chiede: nel mondo grillino che cosa succederà? Ma veramente crediamo che il M5s sia un blocco di cemento inscalfibile (non vorremmo enfatizzare una notizia piccola, ma persino nella contestazione  di Marco Travaglio da parte dei redattori del Fatto si può leggere qualcosa di inedito)? E chi può dire che nei prossimi giorni – ma fin da questo voto! – non sia destinata a crescere un’insofferenza popolare verso la demagogia e i metodi brutali (guardate che è successo con la polizia di Genova) di Matteo Salvini? E quanto vale lo spazio a disposizione di un Pd rinfrancato e unito dopo la delusione gialloverde?

Tutto insomma lascia pensare che la situazione italiana si sta rimettendo in movimento. Il voto di domenica fotograferà questa dinamica e potrebbe dunque aprire la strada ad una nuova stagione. Se la destra si ferma cambia tutto, in Italia e in Europa.

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