Il Bestiario/ Come Facebook sta condizionando l’opinione pubblica

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Le pagine ‘unofficial’ hanno ormai superato per interazioni e like quelle tradizionali e dei maggiori quotidiani nazionali

Immaginate di tornare per un istante indietro agli anni ‘90. Molti si ricorderanno la “guerra del telecomando”, la battaglia commerciale che sfociò anche nei tribunali per accaparrarsi i primi 9 posti sul telecomando della televisione, quelli più importanti, quelli che non dovevi comporre ma cui accedevi con un solo click. Ed immaginate ora che ci fossero due Italie. Una, con maggiori strumenti culturali, meno rabbiosa e più soddisfatta della propria condizione sociale, che vedeva canali “normali”: quelli della Rai, Rete 4 che tendenzialmente evitava, Canale 5 mainstream e così via. Ed un’altra, probabilmente maggioritaria, che dal numero 4 del telecomando non vedeva Striscia la notizia o, peggio ancora, Emilio Fede ma una serie di canali di cui non si sarebbe saputo né editore né direttore responsabile, i cui “articoli” non sarebbero stati firmati e sui quali non ci sarebbe dunque stata alcuna assunzione di responsabilità. Ed immaginate che in loop questi canali avessero mandato contenuti di propaganda come alcuni di quelli che vediamo nell’altra pagina: di tifo per il governo, certo, ma anche di istigazione all’odio contro i migranti, di totale denigrazione dell’avversario politico. Alcuni con vere e proprie fake news: dichiarazioni mai fatte, fatti mai accaduti. Ed infine alcuni contenuti penalmente perseguibili come diffamazione e calunnia bell’e buone.

E’ questa, più o meno, la fotografia di Facebook che viene fuori dalla nuova rilevazione del progetto osservatoriosocial.it che abbiamo lanciato, in concomitanza con un’inchiesta del Corriere della Sera, qualche settimana fa. Per capire cosa sta succedendo infatti nel “re dei social”, Facebook, uno strumento che quotidianamente parla a decine di milioni di italiani, abbiamo iniziato a monitorare le interazioni di quasi 300 pagine Facebook, cioè la somma di likes e reazioni varie, commenti e condivisioni: abbiamo cioè preso il dato pubblico che maggiormente ci dà una misura della vitalità della pagina e quindi, potenzialmente, di quante siano le persone a cui quella pagina può parlare.

La rilevazione di settembre ci dice un dato importante: le pagine di questo genere, che abbiamo classificato come “Unofficial”, ormai superano per interazioni quelle delle pagine facebook delle principali 30 testate giornalistiche italiane (da Repubblica a Fanpage, per intendersi) e quelle dei principali esponenti politici italiani, da Renzi a Di Maio, da Conte al meno conosciuto parlamentare PD. Oltre 31 milioni sono infatti le interazioni generate a settembre dalle pagine “unofficial” che rappresentano ormai il 36,6% delle interazioni delle pagine che in Italia parlano di politica. Per capire l’entità del fenomeno, basti sapere che la prima di queste pagine “unofficial” è per interazioni ormai la sesta pagina che parla di politica in Italia, poco sotto al Fatto Quotidiano e sopra il Corriere della Sera. Di queste, oltre il 90% sono a favore del governo e meno del 10% di opposizione, da quelle vicine al PD a quelle più di sinistra, a quelle esplicitamente antigovernative, anche in modo satirico. A spanne, si può dire che ciascuna delle prime venti pagine “unofficial” italiane – autori del “bestiario” che vi mostriamo – parli dai 5 ai 2 milioni di italiani al giorno, finendo sulle loro bacheche.

Una vera e propria armata. Contro cui stiamo combattendo con stuzzicadenti. Certo, sapendo che quel genere di propaganda mai potrà esser nostra, si tratta di capire come muoversi su un terreno tanto importante quanto difficile.

In altri articoli, sempre qui su Democratica, ho provato a suggerire che tra lo spirito di pura testimonianza con cui larga parte di noi ha vissuto Facebook fino a un anno fa e la modalità violenta ed inaccettabile dei nostri concorrenti populisti, c’è una mezza via da percorrere: infatti, non so se casualmente, i dati ci dicono che c’è un recupero con la nuova legislatura della nostra rete su Facebook, che complessivamente anche se timidamente cresce.

Ma il tema è ben più ampio: quale sistema democratico può infatti accettare che forze di governo utilizzino sistemi così barbari e per nulla trasparenti di “disinformazione” dell’elettorato? Ed allora la soluzione sta in due vie, entrambe però molto difficili.

Da un lato, non si può ignorare che Facebook tolleri un uso così barbaro della piattaforma. Una semplice assunzione di responsabilità da parte del gigante di Menlo Park, ad esempio, potrebbe quindi consistere nel “costringere” le pagine che sviluppano un certo tipo di traffico ad essere trasparenti, indicando alla voce “Informazioni” almeno un titolare della pagina, in carne ed ossa, che si assuma conseguentemente  la responsabilità di fronte alla legge di ciò che quella pagina pubblica. Facebook, inoltre, va pubblicamente sollecitata ad alzare il livello di moderazione dei propri contenuti ricordando loro che, ad esempio, non lontano da qui, in Germania, è in vigore una legge contro le fake news che come titolari della piattaforma li renderebbe penalmente corresponsabili di alcuni dei contenuti che esponiamo nel nostro “bestiario” mensile.

Dall’altro, la richiesta di Commissione d’Inchiesta sul fenomeno avanzata da alcuni nostri parlamentari va caldeggiata: quel mondo sommerso che il report di settembre fotografa e che l’inchiesta del Corriere della Sera ha provato ad approfondire, va indagato per capire se e quanto profonde vi siano correlazioni con le forze al governo che quelle pagine sostengono. E se vi siano anche correlazioni con Paesi esteri, sulla scia di quanto è avvenuto in altre democrazie.

I social non possono continuare a rimanere terra di nessuno. Dove tutto è permesso. Dove non solo non vengono rispettate le regole di fair play tra concorrenti politici, ma neppure le norme di legge. Dove l’anonimato protegge troppi. Dove gli utenti fake imperversano sulle nostre pagine denigrando, tentando di deprimere e bullizzando i nostri sostenitori, con azioni di vero e proprio squadrismo digitale.

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