Fake news, parlano le firme del giornalismo

Focus

Abbiamo chiesto a Enrico Mentana, Peter Gomez, Jacobo Iacoboni, David Parenzo, Sebastiano Messina e Mario Ajello cosa pensano del rapporto Pd sulla disinformazione in rete e più in generale sulle fake news

Ieri il nostro giornale ha pubblicato il primo report del Pd sulla disinformazione in rete. Abbiamo chiesto a sei autorevoli giornalisti che ne pensano del report e più in generale del fenomeno fake news. Ecco le risposte:

Enrico Mentana (Direttore Tg La7)

Il fenomeno fake news è serio e importante, ha una dimensione internazionale e proprio per questo si può affrontare solo con gli stessi strumenti che lo stanno trasformando in una vera e propria offensiva tecnologica: gli algoritmi e l’intelligenza artificiale. Ho molti dubbi sulla possibilità che la politica o il giornalismo, da soli, possano fare qualcosa in un ambito esclusivamente nazionale. Da una parte per il rischio che ciascuna parte politica utilizzi questo tema solo e soltanto contro i propri avversari. Dall’altra perché gli episodi più macroscopici saltano certamente agli occhi, ma sono anche quelli dall’aspetto inevitabilmente maccheronico.

Peter Gomez (Direttore ilfattoquotidiano.it)

Il problema esiste ma è molto sopravalutato. Un’analisi dei numeri italiani porta a concludere che: 1) il numero di condivisioni dei post fake è in genere bassa 2) anche i fake sono poco numerosi 3) in genere vengono prodotti per ragioni economiche e non politiche. Ovviamente ci sono eccezioni ed è giusto discutete del fenomeno mettendo così i nguardia gli utenti. Ma l’errore più grande è confondere la satira, anche cattiva o mal riuscita di alcuni internauti, con le fake news. Su MillenniuM ci siamo poi occupati per primi e parlando con chi ci lavorava della fabbrica dei troll di San Pietroburgo. Fino a 6 mesi fa non mi risulta che coprissero pure l’Italia. Ho trovato i pezzi usciti in proposito poveri di esempi e voci. Può essere che ora esista un team italiano così come ne esiste uno che scrive in inglese , ma negli articoli che ho letto non ne ho trovato la dimostrazione. La mia impressione è che si confonda la propaganda russa fatta da sputnik e altro siti, con la fabbrica dei troll. Sono due cose diverse.

Jacopo Iacoboni (La Stampa)

È utile che il Pd porti elementi e dati sulle disinfo-ops del network pro M5S su Facebook. Così che analisi indipendenti possano valutarli in una discussione pubblica, e si apra un lavoro di educazione culturale. Curiosa la rabbia di tanti osservatori, ma capisco che chi campa con le fake news sia contrario a un lavoro d’inchiesta contro la disinformation. Voglio dire chiaramente che io sono contrario a ogni censura; ma ricordiamo anche che Facebook esordì negando l’esistenza stessa del problema delle disinfo-ops, e adesso non solo ammette il problema, ma dice di combatterlo (anche perché costretto dalle inchieste federali Usa). Sempre troppo poco da Facebook, comunque, e ancor meno da twitter, che è fondamentale per la propagazione della disinformation, e ha forte presenza di automazione. Ancora più utile sarebbe che il governo italiano e il ministero dell’Interno – come hanno fatto le amministrazioni americane, il governo e i servizi segreti inglesi, il governo spagnolo – forniscano pubblicamente i dati sulla pesantezza delle interferenze russe nella stagione elettorale del referendum costituzionale. Il punto non è dire che il referendum in Italia, o le prossime elezioni, le ha vinte Putin. Questa è una caricatura, fatta dai difensori delle disinfo-ops. Il punto è che la Russia ha interferito, con vari canali, molti ancora da scoprire, anche in Italia

David Parenzo (Radio 24)

Le fake news sono antiche come la storia. E proprio la storia ci insegna che il loro impatto può essere devastante. Pensiamo ad esempio ai Protocolli dei Savi di Sion, forse la fake news più famosa (e quella certamente più catastrofica per gli effetti che ha provocato nella persecuzione antiebraica). Ma proprio nel pensiero di chi ci ha preceduto troviamo la chiave per comprendere e smascherare il fenomeno. Nel Talmud c’è una larga parte dedicata alla fabbricazione delle falsità e sul loro impatto sulle comunità (si veda “Il Trattato delle Benedizioni”, il Berakhòt recentemente ripubblicato da Giuntina): vi si scrive che la chiave di ogni falsità è la verosimiglianza, ovvero la piccola percentuale di verità che deve contenere. Una fake news, per essere tale, non può affermare che gli elefanti volano. Ma può muovere da un fatto vero per approdare a conclusioni del tutto fasulle. Per tornare ai Protocolli dei Savi di Sion: è vero che gli ebrei si riunivano in Sinagoga, ma ovviamente non è vero che si riunivano per tramare contro lo Zar. Lo stesso accade, oggi, per le falsità diffuse ad esempio dai Cinque Stelle sui vaccini: è vero, purtroppo, che qualcuno è morto dopo essersi vaccinato; ma non è vero che quelle persone sono morte a causa dei vaccini. Torna d’attualità la saggezza di Alessandro Manzoni, che con la sua Storia della Colonna Infame ci ha regalato un immortale ritratto delle fake news, secondo il quale “il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune” (che Beniamino Placido chiosava così: “Il popolo detiene il senso comune, che tuttavia non coincide sempre con il buon senso”). La chiave per sconfiggere le falsità è dunque smascherarne il meccanismo della verosimiglianza.

Sebastiano Messina (La Repubblica)

Le fake news circolano da sempre. Un secolo fa, nel 1921, lo storico Marc Bloc spiegava che «una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita, perché le immaginazioni sono già preparate». E anche allora venivano utilizzate come strumento di lotta politica, però non avevano un veicolo che le diffondesse così rapidamente su larga scala. Quello che è cambiato, rispetto a un secolo fa, è che oggi una rete ben organizzata di siti sulla carta indipendenti ma in realtà convergenti su un unico obiettivo, può sfruttare Facebook e Twitter per diffondere in pochi minuti su larga scala una balla ben confezionata che scredita o diffama un soggetto politico, e rimbalzando da una pagina all’altra questa balla raggiunge centinaia di migliaia di persone che la prendono per buona perché magari viene spacciata sotto una testata falsa ma verosimile, ma soprattutto perché tendono a credere a qualunque notizia negativa sui loro avversari politici. Qualche giorno fa un mio
amico e collega, Vittorio Zambardino, un pioniere del giornalismo sul web, raccontava su Facebook di aver provato “un vero brivido di paura” vedendo quante persone che avrebbero tutti gli anticorpi culturali per non credere alle fake news avevano preso per buona la bufala dei 94 miliardi regalati dal governo ai gestori di slot machine. Ecco, io credo che la goliardia c’entri ben poco con tutto questo. Ci troviamo di fronte a un meccanismo diabolico, la cui pericolosità è stata per troppo tempo sottovalutata, che può inquinare pesantemente il gioco democratico e alterare il libero convincimento degli elettori. E credo anche che l’autoregolamentazione dei social network sia utile ma non sufficiente: ormai i tempi per una legge non ci sono più, ma forse bisognerebbe intervenire con un decreto legge che consentisse di individuare in tempo reale e punire severamente chi usa le fake news per guadagnare voti ingannando gli italiani.

Mario Ajello (Il Messaggero)

Le fake news sono le forbici che cercano di tagliare il nesso tra verità e democrazia. La soluzione? L’opposto della censura e dei filtri. Una campagna incessante per la conoscenza, una mobilitazione liberale che ribalti il senso di quella vecchia battuta attribuita a Ronald Reagan e diventata spesso senso comune: “In politica la qualità più importante è la sincerità. Chi riesce a fingerla meglio degli altri vince.

 

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