L’urgenza della battaglia contro le fake news

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E’ la propaganda di quanti sul web soffiano sul razzismo, sul rifiuto di ogni diversità, sulla demonizzazione degli avversari, sulla polarizzazione del dibattito politico

Le unghie di Josefa, incredibilmente smaltate di rosso. Le frasi mai pronunciate da Saviano o da Renzi o dalla Boldrini. O il bimbo annegato nel Mediterraneo che in realtà era un bambolotto.

No, non sono contenuti che normalmente vediamo sulla nostra rassicurante bacheca di Facebook: l’algoritmo ci “preserva” da questi contenuti, cullandoci in un mondo rassicurante di persone che tendenzialmente condividono qualcosa con noi. Ma il mondo fuori, quello vero, non è esattamente quello che vediamo.

Sono le “fake news”. E’ la propaganda di quanti sul web soffiano sul razzismo, sul rifiuto di ogni diversità, sulla demonizzazione degli avversari, sulla polarizzazione del dibattito politico. E non è certo “normale” propaganda politica: queste sono vere e proprie notizie inventate.

Ma perché vengono diffuse? Dove e come si diffondono? E quanto? Con quali conseguenze? Ed infine, cosa possiamo fare per contrastarle?

Perché? Il perché è abbastanza semplice: facendo passare notizie inventate di sana pianta, si ottiene il triplo effetto di far passare il tuo messaggio (razzista, polarizzato, violento), di sostenere non direttamente (e quindi in modo più efficace) la parte politica che propugna quelle idee e di screditare le fonti ufficiali (telegiornali, quotidiani e così via). Proprio perché la diffusione avviene su canali non tradizionali, questa viene ritenuta più autentica e quindi più credibile specie da fasce della popolazione più propense a credere nei complottismi.

Dove e come? Le tecniche di diffusione sono diverse e variano nel tempo. Si va da pagine facebook anonime ma dall’altissima viralità, ad account Twitter completamente fake, a profili su Facebook di persone inesistenti che su un singolo post hanno dal nulla 20mila condivisioni, a tristemente famosi siti di bufale. C’è una tecnica precisa dietro, sofisticata, che cambia via via, e che spesso sfrutta tecnologie non acquistabili in Occidente.

Quanto si diffondono? Si diffondono tanto, tantissimo: questi sono contenuti che in certi momenti parlano quotidianamente a decine di milioni di italiani. Magari poi, una volta ottenuta la viralità al post, lo si fa sparire, così da non lasciare tracce della propria attività criminosa o criminogena ma avendo comunque fatto danni.

Le conseguenze? Sono sotto gli occhi di tutti. Con una percentuale di popolazione che sempre più si informa sui social network ed in particolare su Facebook (presto avverrà il sorpasso sulla televisione, se il trend non cambia), è chiaro che la disinformazione regnerà sempre di più sovrana, con un progressivo ridimensionamento dell’autorevolezza dei media tradizionali.

E’ sulla nostra reazione che, infine, io credo che dobbiamo fare un passo in avanti. Pensare di contenere questo fenomeno, con l’ampiezza che ormai ha, contando sull’educazione e sul debunking (cioè sullo smascheramento delle bufale), è io credo una pia illusione: certo, questo è un lavoro che va fatto, ma perché se sulle nostre bacheche non vediamo quei contenuti che hanno una diffusione amplissima, possiamo pensare che chi crede a queste bufale dovrebbe vedere i nostri che hanno comunque una diffusione decisamente inferiore? Infine la scuola certo può fare la sua parte, ma non sarà mai sufficiente e comunque il processo sarebbe troppo lento.

Io credo piuttosto che dobbiamo iniziare a prendere in considerazione il tema della responsabilità dei proprietari delle piattaforme (Facebook, Twitter e così via), sulla scia di quanto ad esempio è stato fatto in Germania, dove si è arrivati a perseguire penalmente operatori che non rimuovono certi tipi di contenuti ad alta viralità. E sì, perché il tema è proprio quello del rischio di una sostanziale complicità dei colossi del web, interessati più a mantenerci incollati alle loro app sul cellulare che a preservare la civiltà del dibattito politico. La pistola fumante di questo loro comportamento omissivo esiste? Sì, da una settimana. E’ una sconcertante inchiesta dell’emittente britannica Channel 4, che ha fatto arruolare un giornalista sotto copertura da una azienda cui Facebook ha appaltato la moderazione dei contenuti, dimostrando come questa è molto blanda, arrivando a prevedere un trattamento di favore per le pagine dedite alla diffusione di fake news, contenuti violenti e messaggi razzisti.

Prima procediamo, meglio sarà. Per tutti. Ormai è urgente farlo, sperando non sia davvero troppo tardi.

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