Il fallimento della Brexit (e di Theresa May): il Regno Unito e il rebus Europee

Focus

L’impossibilità di trovare un accordo che ottenesse il benestare del Parlamento obbliga i cittadini britannici a tornare alla urne il prossimo 23 marzo

L’ultima cosa che i cittadini britannici si sarebbero potuti aspettare per questo mese di maggio era l’appuntamento con il voto per le elezioni europee. Se qualcuno l’avesse detto tre anni fa, dopo la vittoria del Leave nel referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione, sarebbe stato trattato come un matto. E invece l’impossibilità (e l’incapacità di Theresa May) di trovare un accordo che ottenesse il benestare del Parlamento britannico obbligherà i cittadini a tornare al voto per eleggere (forse) per l’ultima volta i loro 73 rappresentanti a Strasburgo.

Un voto che quasi certamente segnerà il punto più basso del mandato di governo del primo ministro. Le prima avvisaglie, d’altronde, sono già arrivate in occasione delle ultime elezioni locali, dove si è registrato un vero e proprio crollo dei conservatori, con la perdita di oltre 800 consiglieri locali. Un risultato che ha portato brexiteers più intransigenti a chiedere le dimissioni di Theresa May, che invece, pur dicendosi “molto dispiaciuta”, resiste in sella. In ottica Brexit, infatti, il suo obiettivo è quello di ottenere un accordo con il Labour per un’uscita ordinata.

Dal canto suo, però, è proprio il leader laburista Jeremy Corbyn a ironizzare contro il primo ministro, usando come spunto una metafora calcistica d’attualità: “Vista la strabiliante performance del Liverpool, forse il primo ministro potrebbe prendere qualche suggerimento da Jurgen Klopp su come ottenere buoni risultato in Europa”. Buoni risultati che, per ora, non sono arrivati. La proroga flessibile richiesta e concessa da Bruxelles fino al 31 ottobre ha infatti definito che i britannici dovranno tornare al voto per le Europee, il prossimo 23 giugno.

E i sondaggi sono a dir poco disastrosi. Le previsioni parlano di una disfatta dei conservatori ancora peggiore di quella del 2 maggio scorso. Il Brexit Party di Nigel Farage, ex leader di Ukip, non era in lizza per le amministrative ma parteciperà alle europee e raccoglierà molti voti di chi voleva lasciare la Ue in tempi brevi ed è rimasto deluso dal comportamento di Theresa May e degli altri tories. Di contro, rischia anche il Labour, perché – per il motivo speculare a quello sopra citato – molti elettori europeisti potrebbero volgere lo sguardo, oltre che su Liberaldemocratici e Verdi, anche verso la nuova formazione ChangeUK, il partito pro-Ue fondato da ex deputati laburisti e conservatori che hanno lasciato i rispettivi partiti per protesta contro il modo in cui sono stati gestiti i negoziati.

In un contesto politico così precario e incerto, sarà interessante registrare l’indirizzo che prenderanno gli elettori in alcuni territori che si sono da sempre opposti alla Brexit, la Scozia, l’Irlanda del Nord e la città metropolitana di Londra in primis. A nord del Vallo di Adriano, dove nel 2016 i cittadini hanno votato in massa contro la Brexit, la prima ministra Nicola Sturgeon ha già annunciato la sua intenzione di indire un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia nel caso in cui veramente il Regno Unito trovasse il modo di uscire dall’Unione Europea. Ancora più delicata la situazione in Irlanda del Nord, dove la questione del confine fisico con la Repubblica d’Irlanda (il nodo che ha reso impossibile trovare un accordo per l’uscita) sta risvegliando tensioni, che sembravano ormai sopite, tra le comunità cattolica e protestante.

 

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