Il fango che fa male (soprattutto all’Italia)

Focus

La privatizzazione grillina dell’etica ha contribuito in maniera decisiva all’imbarbarimento del confronto pubblico italiano

In politica chiunque pretenda di detenere il monopolio della purezza etica fa sempre un doppio danno: non dice la verità (perché nessuna forza politica è composta al 100% da esponenti – o da familiari di esponenti – che siano eticamente irreprensibili) e sequestra a proprio uso e consumo uno dei capisaldi del nostro essere una comunità civile. Perché finché l’etica pubblica appartiene a tutti – e dunque a nessuno in particolare – ogni cittadino è tenuto a farsene carico di fronte alla collettività e non solo di fronte ad una parte politica.

Fin dalla sua nascita il Movimento Cinque Stelle ha invece puntato sulla privatizzazione dell’etica, raccogliendo in forma più estrema e radicale un’argomentazione che era già circolata in Italia (ad esempio nella sinistra comunista e post-comunista tra gli anni Ottanta e la stagione di Mani Pulite): quella secondo la quale un certo partito può ritenersi “moralmente superiore” agli altri in virtù di una non meglio specificata specificità genetica.

Tuttavia, a differenza dell’ultimo PCI (dove l’idea della superiorità morale aveva segnato una sorta di ripiegamento impolitico su di sé), il movimento grillino ha fatto un uso violento e militarizzato di quello strumento. E intorno al mito del “partito degli onesti” ha costruito un campo di battaglia nel quale gli avversari politici venivano massacrati, le proposte politiche nascoste, le contraddizioni insabbiate, la discussione interna soffocata. Si dirà che la questione riguarda solo le vicende interne ai Cinque Stelle?

In realtà la privatizzazione grillina dell’etica ha contribuito in maniera decisiva all’imbarbarimento del confronto pubblico italiano, se proviamo a guardare con un minimo di distacco storico a quali salti (all’indietro) abbia compiuto la discussione politica negli ultimi 10 anni. Le bastonature virtuali, le persecuzioni personali, l’utilizzo dei legami familiari per colpire gli avversari non sono state conseguenze naturali e inevitabili della “svolta social” nella comunicazione pubblica, ma sono state elevate a sistema da un soggetto che vi ha costruito sopra la propria fortuna politica.

Oggi la vicenda del padre di Luigi Di Maio potrebbe essere una grande lezione di strategia per il Movimento Cinque Stelle, all’insegna di una massima che tutti noi impariamo fin da piccoli anche senza bisogno di leggere la Bibbia: “Ciascuno raccoglierà quel che avrà seminato” (Galati 6:7). Potrebbe esserlo, se solo il M5s fosse un vero partito (e dunque se si svolgessero al suo interno discussioni autentiche sulla lettura del paese, sulla linea da seguire, sui messaggi da dare ai militanti e all’elettorato: il genere di cose che avvengono nelle comunità politiche democratiche e non nelle SRL).

Ma così non è. Ed è facile prevedere che il Movimento Cinque Stelle, colpito oggi da una vicenda che riguarda la famiglia del suo principale esponente e destinato domani ad essere investito da altri scandali più o meno rilevanti, insisterà nel fare affidamento sulla propria superiorità morale e sulla bastonatura etica degli avversari. Trascurando del tutto – com’è nella sua natura – i danni che questa strategia continuerà ad infliggere alla nostra comunità nazionale. E lasciando agli altri (e tra tutti al Partito Democratico) il compito di preservare il capitale condiviso di civiltà dalla barbarie grillina: perché il fango fa schifo, come ha opportunamente ricordato Maria Elena Boschi a proposito del massacro mediatico a cui stata sottoposta la sua famiglia, chiunque ne sia vittima.

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