Sono fantasmi o è la realtà? Torna la magia di Eduardo

Focus

A Roma “Questi fantasmi!” con Gianfelice Imparato per la regia di Marco Tullio Giordana

“I fantasmi siamo noi!”, sbotta a un certo punto Pasquale Lojacono, l’equivoco protagonista di Questi fantasmi!, uno dei grandi titoli eduardiani, forse il più pirandelliano – assieme a Le voci di dentro – dei lavori del grande De Filippo. La commedia è andata in scena all’Argentina grazie alla Compagnia di Luca De Filippo, per la regia attenta e dal timbro freddo di Marco Tullio Giordana e l’interpretazione di Gianfelice Imparato, ben noto al grande pubblico da ultimo per la fortunata serie dei Bastardi di Pizzofalcone, e Carolina Rosi (moglie di Luce De Filippo) che interpreta Maria, la moglie di Pasquale e amante di quell’Alfredo che di fatto mantiene il Lojacono. Il poveretto fa finta di non saperlo – di fatto è uno sfruttatore della moglie – secondo l’ipocrisia tipica di una certa piccola borghesia in grado di riassumere in sé il peggio del popolino e il peggio dell’alta borghesia.

All’osso la storia è semplice e ben nota. Dietro la fandonia della grande casa abitata da fantasmi si cela una piccola storia di corna e soldi, il che innesca un meccanismo teatrale fatto di equivoci e ambiguità, che Giordana stressa nella parte finale quasi ad un horror tutto partenopeo. Ma questi fantasmi esistono o no? Lojacono stesso finge fino alla fine di crederci pur di salvare se stesso e soprattutto “il denaro” senza il quale non si vive, non si è contenti, non si è felici. È la stessa clamorosa denuncia eduardiana di Napoli Milionaria (non a caso le due opere furono scritte negli stessi anni) della ricchezza-disonestà, il vizio di fondo che denuda la natura umana: la bramosia dei soldi, come in Balzac, anche nella Napoli post-bellica è la molla che regola i comportamenti dei personaggi: “Perché il coraggio te lo dà il denaro… e senza denaro si diventa timidi, paurosi… senza denaro si diventa carogna!”, come spiega Pasquale.

Diciamo subito che ancor una volta è inevitabile porsi la questione se il teatro di Eduardo regga senza Eduardo. È un problema che dalla sua morte gli appassionati e gli studiosi si pongono. E ora che è davvero finita non solo la “dinastia” – non c’è più il figlio Luca e neppure più il nipote Luigi, figlio di Peppino – la domanda diventa ancora più urgente. Eppure: sì, la drammaturgia eduardiana regge e reggono i meccanismi del suo teatro. La difficoltà semmai riguarda l’impervia difficoltà nel vincere la sfida dell’interpretazione e delle scelte registiche, nel calcolare rigorosamente i tempi e i gesti senza che il Maestro stia lì sul palcoscenico a dettarli. Imparato è bravo, senza dubbio, specie nella prima parte, quella più brillante e a tratti comica, ed è anche intenso nelle celeberrime “tirate” (l’immortale monologo al balcone sul caffé napoletano). Bravi gli altri, con una segnalazione particolare, oltre che per Carolina Rosi, per Nicola Di Pinto, il portiere, e Giovanni Allocca, il cognato di Alfredo. Una bella serata di teatro.

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