Il fascismo di ieri e quello di oggi

Focus

Le esibizioni di negazionismo e apologia del nazifascismo sono un sintomo della licenza immorale venuta a rimorchio del clima instaurato dal governo Salvini-Di Maio

Sarebbe bello se avesse ragione Paolo Mieli, che oggi dalle pagine del Corriere della Sera mette in guardia dal rischio di abusare del termine “fascismo” nel nostro esercizio di critica al governo gialloverde. E sarebbe ancora più bello se potessimo tutti metterci tranquilli a discutere con pacata erudizione di quanto “fascismo” vi sia nella Lega e nei Cinque Stelle, nella certezza che la situazione sia sotto controllo e che tutto prima o poi tornerà come prima. Temo invece che Paolo Mieli abbia torto, almeno oggi. Perché se uniamo uno ad uno i vari puntini che definiscono il fenomeno politico che abbiamo davanti, come in un esercizio enigmistico, ricaviamo il profilo dell’offensiva autoritaria più insidiosa di sempre contro la nostra democrazia repubblicana.

Un catalogo molto sommario di quei punti dovrebbe naturalmente partire dall’utilizzo dell’odio razziale come strumento di lotta politica e dal disprezzo per la libertà di stampa, per poi includere la persecuzione dei dissidenti interni insieme alla bastonatura (virtuale, per ora) degli oppositori, la pretesa di parlare a nome di tutti gli italiani (quando si è stati votati solo da una parte) insieme all’ossessione per il complotto (che spesso è “complotto ebraico”, come nella polemica contro Soros), il rifiuto della separazione dei poteri e delle istituzioni di garanzia insieme alla consapevole confusione tra patriottismo ed etnonazionalismo, e via di questo passo.

Si tratta di un catalogo sommario e parziale del profilo antidemocratico del fenomeno grilloleghista, che ciascuno può integrare come vuole. Vogliamo decidere di non chiamare “fascismo” tutto questo? Benissimo, lo chiameremo democratura, populismo sovranista, democrazia autoritaria o ancora in altro modo. Ma dovrebbe esser chiaro che la questione non è nominalistica ma sostanziale, se davvero abbiamo a cuore i valori democratici e antifascisti su cui si fonda la nostra Repubblica. Perché è la sostanza di quella minaccia a doverci inquietare, persino più delle odiose esibizioni di negazionismo e apologia del nazifascismo che anche ieri hanno macchiato il nostro paese.

Quelle esibizioni sono di per sé un sintomo della licenza immorale venuta a rimorchio del clima instaurato dal governo Salvini-Di Maio, grazie alla quale sventolare le bandiere nere che l’antifascismo repubblicano aveva costretto alla clandestinità sembra ormai una simpatica curiosità folkloristica. Ma anche più di questo, contano la sostanza e il linguaggio dell’azione di governo gialloverde. Perché è lì che si riconosce un disegno compiutamente antidemocratico che non ha avuto pari in nessuna forza politica che sia stata al governo della nostra Repubblica.

Un disegno coerente che accomuna Lega e Cinque Stelle, con una divisione dei ruoli dentro un’unica cornice che da una parte non fornisce molti appigli a chi ritiene di rappresentare il grillismo come “vittima” del leghismo e dall’altra non dà dignità alle differenziazioni interne all’alleanza. Perché se è vero che ogni autoritarismo è attraversato da conflitti interni (lo fu persino la Germania nazista, per non parlare dell’Italia fascista), è altrettanto vero che le tensioni tra Lega e Cinque Stelle non mettono mai in discussione gli attacchi che entrambe le forze rivolgono alle basi della nostra democrazia e alle sue istituzioni di garanzia. Si dirà che il nostro allarme è sopravvalutato, perché sugli istituti democratici ancora non si vedono gli effetti concreti del disegno grilloleghista?

L’incapacità di un disegno antidemocratico di realizzarsi compiutamente non toglie sostanza autoritaria a quel progetto (anche qui vale l’esempio del fascismo italiano, che volle essere totalitario senza mai ottenere piena soddisfazione).

Ma è comunque vero che quegli effetti ci sono, se appena si allunga lo sguardo fuori dai nostri confini e in direzione di quei paesi (come l’Ungheria di Orban o la Russia di Putin) che hanno anticipato il fenomeno che l’Italia ha ormai importato tra i grandi paesi europei. Il fascismo non ha bisogno di orbace o di saluti romani per essere riconosciuto come tale (comunque lo si voglia chiamare a quasi un secolo dalla sua emersione). E forse sarebbe opportuno che anche il giornalismo democratico (o comunque lo si voglia chiamare) comprendesse che lo spazio per la neutralità dinanzi alla nuova minaccia si è ridotto ai minimi storici.

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