Fca e Whirlpool, ma il governo dov’è?

Focus

Il governo italiano è completamente assente nella trattativa tra Fca e Renault. Di Maio avrebbe dovuto occuparsi personalmente della vertenza Whirlpool

Ieri sera un’agenzia Reuters parlava di “accordo preliminare”, tra Fca e Renault. Più tardi il Governo francese, dopo l’ennesimo rilancio. Questo è l’epilogo, il tonfo in borsa di questa mattina, poi la risalita, etc…

Ma questo negoziato è nato tra Fca e Renault. La presenza pubblica e l’ingerenza del Governo francese e la totale assenza del Governo Italiano hanno suggerito a Macron e La Maire di vincere facile. Vedendo che il Governo italiano era altrove, hanno pensato di strafare, prima hanno posto condizioni su Sede Operativa, Ad, garanzia occupazionale, tutta francese. Poi hanno iniziato a rilanciare su necessità di presenza da subito nell’accordo di Nissan e Mitsubishi. Anche il sindacato francese, accampa sempre questioni collegate ad un nazionalismo industriale poco utile per un’industria europea forte.

Ma un’alleanza paritaria era una cosa utile. Non c’è dubbio. Sono anni che sappiamo che il settore dell’auto andava verso un accelerato consolidamento in pochi grandi player mondiali – Sergio Marchionne ne ipotizzava in tutto 6, tra Occidente e Asia – e per questo un’alleanza tra Fca e Renault avrebbe dato vita a una realtà con grandi risorse finanziarie e volumi di scala adeguati per farsi strada sui mercati globali. Con Nissan e Mitsubishi, a parte le dimensioni complessive che avrebbe l’alleanza, ci sarebbero tutte le condizioni tecnologiche e industriali per sviluppare il settore della mobilità elettrica. elettrico. In più, Fca aveva il vantaggio di entrare in questo nuova realtà con il debito già azzerato, e la possibilità di dare ottime prospettive e opportunità per i marchi del segmento premium e lusso, come Alfa e Maserati, fortemente localizzati in Italia”.

I nodi critici non mancano, sono diversi, e non piccoli. Primo, l’evidente sovrapposizione produttiva tra Fca e Renault per quanto riguarda il segmento B, cioè le auto piccole e medie. Secondo, l’altra sovrapposizione che c’è dal punto di vista della motoristica: gli stabilimenti di Pratola Serra, Cento e Foggia (in tutto Fca ne ha 7 in Europa) rischiano, di fronte ai 20 del gruppo Renault-Nissan-Mitsubishi.

E poi c’è il vero aspetto più disastroso: In questi giorni tutti i protagonisti dell’accordo hanno lavorato ventre a terra sui dettagli
dell’operazione in una girandola di incontri. Anche il presidente Macron e il ministro francese Le Maire; tutti, esclusi i rappresentanti del governo italiano, che è completamente assente. In questi colloqui si decide tra l’altro chi sarà il presidente, chi l’amministratore delegato, la sede operativa, le garanzie occupazionali la composizione del board. E lo Stato francese, che alla fine potrebbe avere una quota del 15%, chiede un suo rappresentante nel consiglio e garanzie ben precise.

Addirittura, nella loro visione ipernazionalistica, i due più importanti sindacati francesi, la Cgt e la Cfdt, chiedono che la Francia abbia un peso maggioritario nell’alleanza.

Dall’inizio ho spiegato che un negoziato con pesi di potere contrattuale asimmetrici non porta mai bene. E secondo noi sarebbe stato opportuno nel medio periodo, almeno per 5-10 anni, blindare la perfetta pariteticità – 50 Francia e 50 Italia – nella compagine azionaria. Per noi è comprensibile che in un primo periodo chi entra dal lato italiano a far parte di un’alleanza simile voglia verificare se è un buon affare. Ci sta che in un secondo momento le cose possano cambiare. Per questo dei paletti a difesa della presenza italiana sono necessari, e del resto non si può accettare che ce li abbia solo lo Stato francese.

La presenza pubblica di garanzia avrebbe avuto molto senso solo nella formula simile a STmicroeletronics, secondo noi: qui parliamo, se entrassero anche i giapponesi, di creare uno tra i primi tre gruppi mondiali nel settore dell’auto. Non piccola cosa. Ad esempio si potrebbe intervenire attraverso Cdp, che pure sembra dover stare su mille cose, forse persino troppe, a
sentire le promesse dei politici. Ma questa dell’auto resta una partita assolutamente strategica: il nuovo gruppo avrebbe da solo un peso pari al 3% del prodotto interno lordo italiano. Compresa la componentistica, parliamo di centinaia di migliaia di posti di lavoro.

E dunque, l’inazione del governo Conte ci preoccupa. Hanno visto l’inizio e la fine della partita industriale più importante degli ultimi 20 anni dal balcone. A me pare pazzesco che su una vicenda simile il nostro governo non abbia ne detto ne fatto nulla. Non vi è dubbio che le rivalità tra Salvini e Macron abbiano pesato. Ma Macron ha giocato, male, la partita e con un’alleata inusuale come Marine Le Pen. I nostri non pervenuti. Un’assenza che ha aiutato il tradizionale quanto dannoso sovranismo industriale francese.

Ho seguito tutte le vertenze più dure e complicate di questi anni e se c’è una cosa pericolosa è la politicizzazione delle vertenze. Mi spiego, la politica e le istituzioni sono utilissime ma se insieme a noi spingono per le soluzioni e non per la propaganda elettorale. I Ministri più dannosi che ho incontrato sono stati proprio quelli che hanno illuso i lavoratori di possedere una bacchetta magica che nelle loro mani avrebbe risolto tutto e in poco tempo. Le vertenze vanno istruite ascoltando tutti, verificando il percorso precedente, parlando con tutti.

Dopodiché bisogna costruire le soluzioni e su queste chiedere impegni a tutti. In Whirlpool chiedevamo un incontro dal 18 aprile e in una informativa aziendale un slides che evidentemente l’azienda credeva di avere cancellato conteneva una “x rossa” sullo stabilimento Whirlpool di Napoli. Solo il 4 giugno siamo riusciti a ottenere un incontro al Mise. In quello stesso giorno invito tutti a leggere l’illuminante intervista di Giampiero Castano su Il Mattino, un ex sindacalista della Fiom che per anni ha seguito tutte le vertenze e all’inizio del 2019 è stato rimosso.

Castano ricorda che per mesi al Mise non hanno più controllato che le parti fossero adempienti agli impegni presi negli accordi precedenti. Nel 2015 la vertenza Whirlpool era stata durissima, vi erano state divisioni anche dentro il sindacato. La direzione aziendale in almeno due occasioni incontrò solo la Fiom Cgil che era l’unica ad accettare di trattare al di fuori del Mise.

Ritrovammo l’unità successivamente, anche grazie ad un lavoro costante del Ministro Federica Guidi che era rintracciabile giorno e notte al suo cellulare e che non ha perso un incontro sindacale. Oggi possiamo parlare con il Ministro Di Maio solo attraverso un ampio filtro di collaboratori.

Ma non bisogna mai essere pretestuosi e pregiudiziali con qualsiasi Ministro. E allora cosa avrebbe dovuto fare Di Maio. Occuparsi personalmente della vertenza; l’azienda sostiene che il piano industriale del 2015 e gli aggiornamenti del 2018 vada rivisto.

Nel 2018 era previsto in un accordo che Di Maio presentò come un grande successo, un diverso riequilibrio delle produzioni sui siti: il rientro di lavatrici della Polonia verso Comunanza (Ap), e il trasferimento di alcuni volumi da Comunanza a Napoli la salvaguardia del sito di Siena, il recupero dei ritardi su Carinaro e la reindustrializzazione di Teverola.

Dire che il piano è saltato tutto, come si è apprestato a fare il Ministro, significa svincolare l’azienda sulle garanzie che riguardano tutti i siti. E’ più utile dire che il piano va tutto riconfermato, Napoli inclusa. E se l’azienda dice che c’è un piano di riconversione con un investitore che in 2 anni assorbirà tutti i lavoratori senza soluzione di continuità delle due l’una o si ha la forza di dire, Napoli resta Whirlpool con le produzioni previste. Ma dire che “le riconversioni non funzionano” rappresenta una posizione forte che deve essere in grado di cambiare la decisione degli americani senza scaricare il problema su altri siti.

E’ probabile che la riconversione sia un bluff ma lo si fa vedendo le carte dell’azienda, parlando con l’investitore e con queste interlocuzioni poter dire con forza che il piano non sta in piedi. Le vertenze prevedono un lavoro quotidiano e competente. Aver trasformato alcuni ministeri in una macchina di propaganda da occupare con le persone da ricollocare delle forze politiche di Governo è sbagliato. Mi auguro che Di Maio rimpiazzi al più presto alcune figure chiave che devono essere utili alla gestione quotidiana delle vertenze. Non mi interessa e non mi spetta fare opposizione politica al Governo e men che meno al Ministro Di Maio.

Sta riesplodendo la Cassa Integrazione e anche le vertenze in via di soluzione sono state riportate ai blocchi di partenza. Anzi questa ossessione di spiegare che prima era tutto male e gli accordi non stavano in piedi e oggi la musica era tutt’altra ha agevolato molte multinazionali a disattendere tanti accordi fatti.

A me non interessa dimostrate l’incapacità del Ministro, ma non posso accettare che ci siano tra gli 80 e i 280.000 lavoratori, insieme alle loro famiglie che rischiano tutto. Non solo, la partita di Fca-Renault è decisiva per la nostra politica industriale. Macron sta difendendo gli interessi dell’industria e dei lavoratori francesi. Conte e Di Maio non sono neanche interlocutori. Questo è molto grave. Devo dire che anche dall’opposizione mi aspettavo di più.

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