Stiamo attenti a parlare di federalismo

Focus

Ogni giorno verifichiamo che aver diviso la sanità italiana in 21 regioni ha creato cittadini di serie a e di serie b, malfunzionamenti, deficit, bilanci sanitari regionali gravati ogni anno dalla cosiddetta mobilità passiva

Divario nord-sud, Mezzogiorno, autonomia rafforzata: tema che il dibattito congressuale dovrebbe presidiare e su cui il Pd deve, questo io mi aspetto, prendere posizione. Questione di tale rilevanza che è impensabile esaurirla con battute di circostanza. Che ne pensano i candidati alla Segreteria nazionale?

Parto da un dato: il Parlamento ha abrogato la Legge 42 (quella che attuava l’articolo 119 della Costituzione) e io non me ne sono accorta o corriamo, tutti, il rischio di un arretramento normativo e un enorme pasticcio istituzionale e politico?

In parole povere: come facciamo a perseguire accordi inderogabili tra singole Regioni e Stato (rappresentato dal Governo di turno) se quanto si definisce non è totalmente in accordo con il dettato costituzionale (non solo con una sua parte) e con Leggi già approvate?

Parole ancora più povere: possiamo scrivere, il CdM approvare e il Parlamento ratificare (senza discutere), singoli accordi tra Stato e Regioni dove viene meno il ruolo regolatore dello Stato quale garante dei livelli essenziali delle prestazioni circa i diritti civili e sociali di tutti i cittadini e il finanziamento dei fondi di perequazione a garanzia degli stessi?

Credo di no. Qui non parliamo “solo” di ampliare raggio di manovra e competenze. No. Qui corriamo il rischio di un impazzimento normativo e anticostituzionale il cui esito, devastante, sarà dividere in due il Paese condannando in un ghetto il Mezzogiorno.

Ma come possiamo pensare di risolvere temi così rilevanti in modo così superficiale, senza una riflessione accurata sui guasti prodotti da un Titolo V incompleto e via via rabberciato?

Unità del Paese, livelli essenziali delle prestazioni, diritti di cittadinanza da garantire sull’intero territorio nazionale a tutti i cittadini, superamento del criterio della spesa storica, costi standard: vogliamo parlarne?

Ogni giorno verifichiamo che aver diviso la sanità italiana in 21 regioni ha creato cittadini di serie a e di serie b, malfunzionamenti, deficit, bilanci sanitari regionali gravati ogni anno dalla cosiddetta mobilità passiva. Possiamo lasciare che questo si aggravi ulteriormente senza indicare i livelli essenziali delle prestazioni cui hanno diritto tutti i cittadini sull’intero territorio nazionale, in Puglia come in Lombardia, in settori come istruzione, sanità, mobilità? Diritti di cittadinanza universali, inalienabili, che adesso dovremmo considerare diritti locali, assestando un colpo mortale all’universalità e allo Stato come garante.

Non credo che noi ci si possa permettere la scelleratezza di un federalismo mai applicato che si traduce in una confederazione di regioni a cui per opportunismo cinico e chiacchiera demagogica già si sono accodati alcuni presidenti di regioni meridionali (disgraziatamente anche quello pugliese). Un federalismo che non solo collide con i principi costituzionali (già questo sarebbe gravissimo) ma devia da qualsiasi ipotesi ragionevole di mantenere l’Italia nel gruppo di testa delle nazioni europee.

Non sono la sola. Lo affermano Osservatori importanti e prestigiosi, economisti, studiosi, analisti e, con loro, i firmatari dell’appello “no al regionalismo differenziato” proposto da Gianfranco Viesti. Sabino Cassese ci avverte: “differenziare sui territori quelle materie in cui i pubblici poteri intervengono per assicurare l’eguaglianza dei cittadini – sanità, istruzione, tutela del lavoro – conduce al risultato paradossale di aumentare le diseguaglianze, visto quanto è difficile assicurare i livelli essenziali delle prestazioni”. Oltretutto, senza intaccare il criterio della spesa storica (!) per cui “le regioni del Nord si avvantaggerebbero anche delle maggiori risorse che derivano dall’inefficienza della gestione statale dei servizi che si dovrebbero trasferire, quella che si vorrebbe superare con il passaggio alle regioni”. Cui si sommerebbe quel cosiddetto residuo fiscale che viene rivendicato come “proprio” ed esito, questo il ragionamento, della differenza tra quanto viene corrisposto allo Stato in termini di tasse e quanto viene restituito in termini di servizi.

E anche Adriano Giannola non fa sconti, smontando pezzo per pezzo il processo fin qui seguito, il paradosso di pretese “risarcitorie” agganciate a un articolo (il 116 della Costituzione cui le autonomie rafforzate fanno riferimento e che prevede solo maggiori compiti ma non maggiori trasferimenti).

Vale la pena rileggerlo, Giannola. “Urgente fare chiarezza sui caratteri aberranti di questo progetto, sulla inconsistenza logica e materiale delle sue pretese puramente conservatrici e regressive. La madre di tutte le pretese è il richiamo ossessivo alla restituzione dei residui fiscali da trattenere sui territori. Scatole vuote, aperte le quali non resta alcun residuo a partire dalla Lombardia, bensì solo la triste evidenza di un indebitamente progressivo ultraventennale fatto di interessi per pagare gli interessi sugli interessi. Il progetto, basato su queste fondamenta, è un esercizio di lucida follia che relega il Sud nel ghetto ed è altamente pericoloso proprio per il Nord”.

Io dico “no” a questo procedere pasticciato, ad un’autonomia rafforzata che rischia di tradursi in un massacro a spese del Mezzogiorno, a questo spacchettamento del Paese, a presidenti di Regione che minacciano “guerre sante” senza fondamento.

Mi piacerebbe sentire lo stesso “no”, forte e chiaro, anche dai miei compagni e dalle mie compagne di partito, al sud come al nord e con le spesse parole, ad esempio, di Marco Gay, ex presidente nazionale dei giovani industriali di Confindustria, piemontese: “Non ha senso parlare di un’Italia ancora più divisa quando il vero obiettivo era e rimane un’Europa sempre più unita. La vera priorità del Paese è la crescita. Dobbiamo fare in modo che le best practices di alcune regioni debbano essere consolidate ma al tempo stesso estese a quelle più indietro. L’Italia deve crescere insieme, senza steccati di alcun genere”.

Rabbrividisco nel leggere le affermazioni della Ministra Lezzi, anche quelle più recenti, affastellate e superficiali, pericolose per la scarsissima conoscenza della materia e l’enorme pressappochismo nell’approccio. O quando sento la più retorica delle minestre, con cui è infarcita la lettera aperta ai cittadini meridionali di Luca Zaia.

In questi anni, prima come sottosegretaria al Lavoro poi come viceministro allo Sviluppo economico, lavorando su decine e decine di crisi industriali, ho sempre avuto come obiettivo il sistema-paese e le sue priorità. Salvare un’azienda, da nord a sud, ha significato – per me – afforzare il sistema-paese, affermare l’urgenza di politiche industriali e politiche attive per il lavoro che valessero dovunque.

Siamo stati noi a parlare di sviluppo a trazione meridionale, a dire: se cresce il mezzogiorno cresce il Paese. Lo abbiamo già dimenticato?

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