4 anni senza Federico Orlando: questa Italia non gli piacerebbe

Focus

Il grande giornalista, braccio destro di Montanelli, e le sue battaglie progressive contro l’oscurantismo reazionario

Che cosa  direbbe oggi Federico Orlando di questa Italia così lontana dalla sua cultura? È una domanda dolorosamente vana perché Orlando ci ha lasciato esattamente quattro anni fa. In un’altra Italia politica. Però, un momento: un’altra Italia? Ne siamo sicuri? Non avrebbe forse scorto, Federico, i profondi tratti di continuità e persino di riviviscenza fra l’attuale momento storico e quello che lui, gran liberale e illuminista, aveva per tutta la vita bollato, con la forza della sua penna elegante, come “reazione” ? Certamente sì.

La destra, la vera nemica. Comunque camuffata. Giureremmo che il gialloverde di oggi lui l’avrebbe trattato come l’ennesima reincarnazione della destra reazionaria, antiscientifica,  antiparlamentare.

Su Europa, il giornale prima della Margherita e poi nell’area del finalmente nato Partito democratico, Federico Orlando scrisse tanti articoli contro la Lega, contro Berlusconi, contro una destra italiana in fin dei conti sempre impigliata nei rovi dell’oscurantismo, sapendo rintracciando i fili di una biografia della Nazione di cui egli aveva studiato e visto da vicino le caratteristiche negative.

Era di quella generazione di intellettuali venuti su sotto il fascismo che proprio per questo avvertiva d’istinto l’incombere delle tenebre reazionarie. Perciò la sua critica alla destra italiana non era mai superficiale: perché irrobustita da una ripulsa morale e da un anelito liberale di cui purtroppo oggi non c’è gran traccia.

Europa, insieme alla forza giornalistica di Stefano Menichini (e, alla fondazione, di Nino Rizzo Nervo) la lezione professionale e umana di Orlando fu l’altro bastione decisivo per l’esistenza purtroppo breve di quel quotidiano; e non temiamo di apparire faziosi se diciamo che quel piccolo giornale oggi che è sempre più difficile trovare luoghi di discussione manca, eccome. Alla sua morte, Menichini scrisse un articolo che merita di essere riletto.

Alla sua non più giovane età, Federico mostrava la passione di un praticante, e così improntava il suo lavoro – “Quante righe devo scrivere?” – un lavoro scrupolosissimo, mai uno strafalcione, una citazione impropria, un riferimento sbagliato e ricchissimi di sapere, i suoi interventi nelle riunioni di redazione, un sapere mai fine a se stesso ma al servizio, per così dire, della sua personale missione giornalistica.

Oggi che gente di dubbio livello si qualifica come “allievo di Montanelli” vengono in mente i racconti di Orlando, che di Montanelli fu veramente braccio destro: “Andavamo a pranzo tutti i giorni, e non sono mai riuscito a pagare io”. E via a rimembrare quella Milano di via Negri. Un altro livello, un altro giornalismo. Aveva conosciuto Piovene, Moravia, Barzini, Buzzati, aveva letto tutto – tutto – Benedetto Croce, il suo faro intellettuale: liberale fin nel midollo, e dunque democratico e antibigotto (pannelliano, certo) e anticomunista e quindi moderno e progressista, sempre critico verso un mondo che continuava, tutto sommato, a garbargli poco. Aveva raccontato decenni di politica italiana, con la coerenza del liberale spinta fino all’incontro con la sinistra di governo, meritandosi la stima anche di chi era molto lontano da lui, con la coerenza tutta montanelliana di sbattere la porta in faccia a Silvio Berlusconi quando questi s’impossessò del Giornale. Di lì la sua instancabile battaglia per un’informazione plurale, lo sanno bene gli animatori di articolo 18, lo sanno bene gli ex parlamentari che lo videro fra gli scranni di Montecitorio.

E così, sono quattro anni senza Federico Orlando: e anche se sembra vano noi facciamo bene a chiederci cosa ne direbbe lui di questa Italia: indoviniamo il suo sdegno, e questo ci resta.

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