Il Festival la politica ce l’ha nel sangue

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Nel bene e nel male la realtà si è sempre intrufolata all’Ariston

Non sarà un festival politico, a meno che non accada qualcosa a mia insaputa. Il nostro sarà un festival che si basa sulle canzoni”. In conferenza stampa dal teatro Ariston il direttore artistico del festival, Claudio Baglioni, sgombra il campo da ogni dubbio sulla natura del suo secondo Sanremo. “Nella parte dell’intrattenimento vincerà la leggerezza”.

Eppure il Festival di Sanremo è la kermesse canora più politica che ci sia. Lo è da sempre. “Sarà il Festival di Sanremo a dire chi vince le elezioni. Anzi, di più, a dirci cosa sarà dell’Italia”. Rino Formica, ministro socialista della prima repubblica, famoso per le sue freddure e la sua sagacia, già alcuni anni fa colse il punto. Il festival è uno specchio di quello che succede nel Paese. Nel bene e nel male. La realtà si è sempre intrufolata all’Ariston battendo un colpo. A volte è stata celebrata. Altre scacciata, ma comunque è sempre trapelata impregnando le note musicale col profumo del contemporaneo. E così sono nate anche delle perle imperdibili della storia della tv, della politica, della storia.

Il governo interviene sul Festival per esempio nel 1961: l’allora ministro della Difesa, Giulio Andreotti, su pressioni popolari si vede costretto a sottoscrivere una dispensa speciale per consentire ad Adriano Celentano, all’epoca impegnato con il servizio militare, di esibirsi in concorso con 24mila baci.

Come non ricordare nel 1995 Pippo Baudo che salva un aspirante suicida. Giuseppe Pagano minaccia di buttarsi nel bel mezzo della platea del teatro Ariston. Baudo si fa strada e lo salva. Poi Pagano dirà di aver combinato. Baudo ha sempre negato ma nella memoria rimane quell’immagine. Il conduttore Tv che eroicamente viene e ti salva, portandoti al sicuro.

Nel 1980 a dare scandalo c’è Benigni, il comico toscano conduce il Festival insieme a Olimpia Carlisi, Claudio Cecchetto e Daniele Piombi. In scena, Benigni e la Carlisi si baciano. Quel che succede dopo il bacio è semplicemente un capolavoro di imbarazzo. Benigni sfida il buonismo imperante di allora e chiama  Giovanni Paolo II Wojtilaccio. 

La chicca delle polemiche riguarda però un altro comico: Massimo Troisi. Invitato al Festival nel 1981, dovrebbe proporre tre monologhi: uno in cui dialoga con dio chiedendogli conto e ragione di alcuni errori della natura; un altro dove sostiene di avere dei dubbi sulla lucidità dell’angelo custode; un terzo sul terremoto irpino del 1980, prendendo spunto dal discorsi di Pertini. La Rai teme le polemiche – dopo quelle dell’anno precedente, con Roberto Benigni – e vorrebbe conoscere i testi dei monologhi. Per Troisi non se ne parla. Rivela loro solamente i temi. Così, poco prima dell’inizio del Festival, la Rai fa sapere a Troisi che i suoi monologhi sono ridotti a uno, e che deve trattare altri argomenti (niente politica, niente religione, niente terremoto). Troisi non accetta e rifiuta di andare in onda.

Nel 2000 Jovanotti esegue in diretta il rap “Cancella il debito” con il memorabile refrain “Io mi rivolgo a lei/ presidente D’Alema” e l’opposizione di centrodestra insorge, gridando alla violata par condicio. Se ne uscì l’indomani con il contro-rap riparatore di Teo Teocoli in versione Adriano Galliani: “Io mi rivolgo a lei/ presidente Berlusconi/ l’unico a aver vinto cinque Coppe dei Campioni”.

Più recentemente nel 2015 Carlo Conti presenta gli Anania, una famiglia tradizionale composta da 2 genitori e 16 figli. Un modello che ha fatto discutere in un paese in cui la precarietà lavorativa e l’assenza di servizi per la famiglia sono la vera norma. Ma tant’è.

L’anno scorso Pierfrancesco Favino ha interpretato un brano dall’opera La notte poco prima della foresta, scritta dal drammaturgo e regista teatrale francese Bernard-Marie Koltès. Il brano è un monologo lungo poco meno di cinque minuti: il personaggio che parla è un uomo straniero che parla delle sue difficoltà di adattamento e dell’accoglienza che gli riservano le altre persone. L’interpretazione di Favino, è rimasta uno dei momenti più belli e intensi della passata edizione.

“Non parleremo di migranti, né della crisi del Venezuela”, ha insistito davanti ai microfoni della conferenza stampa Claudio Bisio, co-conduttore insieme a Virginia Raffaele, per smorzare i toni generali. Una precisazione, la sua, che paradossalmente ha messo a nudo il carattere politico della manifestazione. E questo è il Festival: una cartina tornasole di come va il paese reale, mentre tutto il resto va avanti.

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