Fibrillazioni, voci, smentite. Verso la Direzione di lunedì

Focus

Oggi prevale la road map elezioni nel 2018 e Congresso anticipato

A quattro giorni dalla direzione di San Valentino al Nazareno le acque nel Pd restano agitate e non è semplice decrittare i vari segnali.

E se, come diceva Agatha Christie , un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova, allora possiamo ben concludere che i segnali che si susseguono in queste ore tra i corridoi della Camera sono la conferma di una linea che sta cercando di imporsi con sempre più decisione, quella che fa capo al partito del voto 2018. “Andrà a finire che invece del premier voteremo il candidato del Pd a giugno”, sussurra un parlamentare. Uno dei tanti.

Il primo indizio arriva ieri pomeriggio: è sconvocata l’assemblea dei parlamentari a Montecitorio, in cambio ci sono due riunioni di corrente, quella di ieri in Senato dei franceschiniani e degli orlandiani, mentre i bersaniani che si sono dati appuntamento alla Camera domani alle 14,30.

Il secondo indizio è un Bersani che in tarda mattina passeggiando sul tappeto rosso del Transatlantico detta ai cronisti la sua road map: congresso a giugno e voto nel 2018.

Il terzo indizio arriva a metà pomeriggio: un documento firmato da 40 senatori di sostegno al governo Gentiloni. Dentro c’è un po’ di tutto: una spruzzata di franceschiniani, un tot di turchi, qualche bersaniano. Per dire: da Cirinnà a Chiti, passando per Manconi, Puppato e Fabbri. “Vogliamo rappresentare plasticamente la capacità di riunirsi del Pd, siamo la trasversalità che allontana la scissione”, la spiega così Vannino Chiti, tra i firmatari dell’appello.

Tre indizi fanno una prova? Non è dato saperlo ma molto sembra far credere che il voto a giugno si allontani, al netto delle dichiarazioni della renziana Anna Ascani che ribadisce la necessità di tornare alle urne in primavera dopo aver armonizzato la legge elettorale.

Eppure tra le voci che si rincorrono in serata ce n’è una che sovrasta le altre e che vede tra le mosse possibili di Renzi anche quella delle dimissioni, per aprire la fase congressuale, contarsi e solo dopo, tornare al voto. Voci però seccamente smentite dagli uomini del segretario.

Non è l’unica smentita della giornata: Orlando ha sgombrato il campo dall’ipotesi di volersi candidare al congresso e Martina ha negato incontri carbonari sul futuro del Pd.

Ed è il capogruppo Rosato a dare la cifra della direzione di lunedi: “Primo punto, tutti si devono sentire a casa, secondo punto: lavoriamo a un confronto sulla legge elettorale che può essere fatto in un mese e mezzo al massimo, se c’è la volontà”. La linea del segretario dunque resta questa, al di là delle cospirazioni e dei retroscena.

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