Dopo Dibba anche Fico picchia su Di Maio

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Dopo le frecciatine di Di Battista si fa sentire il presidente della Camera: “Serve uno spazio dove parlare di cosa non ha funzionato”

Dunque quella che da Casaleggio in giù era stata sbandierata come la forza del Movimento, quell’esercito di neofiti e inesperti che mai prima dei piohi clic per la conquista di un seggio avevano avuto a che fare con politica e istituzioni, si sta rivelando per i pentastellati, e per il suo capo in particolare, il più clamoroso degli autogol.

Sicuramente a fare da deflagratore ha contribuito il clamoroso crollo di consensi alle Europee – quando si vince, si sa, è tutto più facile -, ma fatto sta che ogni giorno che passa la fronda dentro i Cinque stelle cresce, e con lei l’insofferenza per un ‘capo’ che non ha avuto scrupoli ad affermare cose come ‘ognuno deve stare al suo posto’.
Dopo il caso Nugnes e, più clamoroso, quello del nomade Di Battista che da giorni non risparmia frecciatine alla gestione del capo politico, a scendere in campo per chiedere un cambio di passo – leggasi come una richiesta di arginare il potere di Di Maio – è  il nome pesante del presidente della Camera Roberto Fico, indicato come il capo dei ‘falchi’ alla Camera.

“Se non ridefiniamo presto identità e valori, ad esempio mettendo di nuovo al centro i temi ambientali e la visione di futuro, non capiremo mai qual è il limite da non valicare. E finiremo per essere calpestati“, ha detto oggi Fico in un’intervista a Repubblica, aggiungendo: “Serve uno spazio dove tutti possiamo parlare del perchè non ha funzionato, di cosa si sta sbagliando, di come elaborare la linea politica collegiale”, che tradotto significa sottrarre a Di Maio una grossa fetta del potere decisionale.

Ma dietro al presidente della Camera molto si agita, dalla sessantina di eletti che hanno deciso per lo stop alla donazione di 300 euro mensili a Rousseau, alla ‘fronda’ che sta prendendo corpo al Senato, con una truppa di parlamentari che invocano più collegialità e un cambio di passo, pronti anche all’estrema ratio delle dimissioni.

Per ora Di Maio prova a resistere, forte dei numeri – ha dalla sua nomi di peso come i ministri Fraccaro e Bonafede e i capigruppo di Camera e Senato D’Uva e Patuanelli – ma la sensazione è che nei prossimi giorni per evitare che l’incendio dilaghi, non potrà non scendere a patti con le richieste dei ‘falchi’ tornando a parlare dei temi cari a chi vorrebbe un ritorno alle origini.

A giocare a favore di Di Maio, per il momento, oltre alla mediazione di Paola Taverna – èer qualcuno animata da più alte ambizioni – anche un altro fatto, che in verità con le orgini del Movimento ha poco a che fare: molti dei parlamentari critici sono al secondo mandato e per le regole del Movimento non potrebbero essere rieletti e, dunque, potrebbero non avere interesse a far terminare prima la legislatura.

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