La filosofia e le serie televisive: ma non è un gioco da ragazzi…

Focus

Il libro di Tommaso Ariemma è un testo troppo scarno, troppo sciatto da un punto di vista strettamente concettuale, ma altrettanto astuto da quello commerciale. Ecco perché

Stupisce, ma nemmeno tanto, che la Mondadori nel delicato asset della saggistica filosofica pubblichi questo La filosofia spiegata con le serie tv di Tommaso Ariemma, giovane insegnante di liceo: testo troppo scarno, troppo sciatto da un punto di vista strettamente concettuale, ma altrettanto astuto da quello commerciale.

Il perno intorno a cui ruota il libricino è che, per chi è costretto a studiarli e non vuole annegare fra mito della caverna, ragion pura, dualismi corpo-anima e trascendentalismi vari, si possono usare determinati format narrativi della televisione come facilitatori dell’apprendimento, e i loro spunti e le loro allusioni (la quasi totalità dei quali la vede, sinceramente, solo Ariemma) al grande catalogo del pensiero occidentale che la scuola traduce in manuali e protocolli ministeriali spesso indigesti, equamente, ad alunni e professori. Specularmente, gli stessi serial vengono considerati intrinsecamente pregni di una dimensione educational e non solo banalmente spettacolare e finzionale.

Ed è qui che sta l’aspetto riduttivo, e oserei dire pernicioso, di un approccio del genere. Questa contiguità così perfetta e armoniosa che l’autore ravvede fra ambiti così apparentemente lontani (il che non depone a sfavore di una loro fertile reciproca contaminazione, ma non così come viene tracciata dal nostro), in realtà, è frutto di uno schiacciamento di entrambi i contesti dentro un imbuto che li fa diventare poco proficuamente altro da sé.

Da un lato, la filosofia viene appiattita sulla sua diacronia storiografica, che è poi quella che si impara sui banchi di liceo da decenni sempre uguale a se stessa, perdendo l’elemento ribelle, critico, traumatico, rigenerativo e libero: vuoi capire Kant e la critica del giudizio? Vediti “Lost”. Vuoi capire Marx e la lotta di classe? Vediti “Mad Men”. Vuoi capire l’etica di Spinoza? Vediti “The Young Pope”. Vuoi capire l’essere e il non essere in Parmenide? Vediti “True detective”. Una sorta di bignamino in salsa 2.0 per poter sfangare l’interrogazione di domani per gli adolescenti che si confrontano con una materia ormai ritenuta ostica e “antica”; e un sollievo per tanti docenti frustrati che almeno così sapranno come porgere alcune asprezze teoretiche a una generazione sempre più rimbecillita e bollita dalla velocità di app, selfie e download. E forse proprio questo farebbe capire perché il testo, sembra, abbia riscosso successo in ambienti didattici e festival di nicchia.

Dall’altro lato, i prodotti mainstream e acchiappa-share della tv – le tanto adorate “serie” -, con le loro scansioni temporali, il loro “doppiaggio” della realtà, i loro spesso noiosi spin-off, le loro strategie attenzionali, non sono più oggetto di analisi e di smascheramento, ma sono come trasferiti all’impronta in un empireo dove risultano sempre utili, attivi, dotati di senso, pedagogici addirittura.

In questa direzione, l’abbraccio fra entrambi, delinea più un’alleanza al ribasso che non una vera comunione di intenti in vista di scopi più “alti”, come la trasformazione della realtà e il superamento dei suoi dispositivi di potere: una filosofia ancora iconica e lineare, e una televisione vista solo – e con grande cecità da inesperti – come nobile divertissement, creano i presupposti di quelle che popolarmente definiremmo nozze coi fichi secchi…

Eppure ce lo ha spiegato molto chiaramente Jacques Rancière (lo avrà letto il nostro Carneade?), soprattutto in un saggio come La partizione del sensibile (DeriveApprodi) dove dice che “per essere pensato, il reale dovrà essere reso finzione”, ma che bisogna diffidare di chi scommette sulle “narrazioni”, che sono solo un artificio e un vicolo stretto e buio, che non sono proprio la stessa cosa di un racconto che punta sull’eterogeneo, sull’atto creativo, sulla comprensione profonda di ciò che siamo. Gli enunciati politici e letterari sono una cosa seria, affonda il colpo Rancière: definiscono “cartine del sensibile”, “regimi di intensità”, concatenazioni di segni e di referenti, aprono o chiudono varchi nel nostro modo di concepire la condizione umana, stabiliscono relazioni fra il dicibile e l’indicibile, ci inducono a restare nelle configurazioni dell’evidenza e del tramandato, o a forzare queste serrature e sviluppare progetti, ruoli, sentimenti, reazioni che non sono quelli delle stereotipie sociali, e del tanto sdoganato immaginario collettivo.

Ecco perché proporre una filosofia depotenziata e un culto delle immagini sempre al di sopra di ogni sospetto, a portata di mano e già destinate a un fine, senza scarti e senza smarrimento, può significare fare esercizio di una davvero cattiva scrittura del reale. Tipica di quel decostruzionismo che nel tempo ha sancito la morte del pensiero e l’addomesticamento delle menti facendo precipitare ogni riflessione, ogni scampolo di cultura dentro quel poligono di tiro dove tutto è trastullo multidisciplinare, infotainment, gustoso riassemblaggio di pezzi sparsi, maquillage ludico e linguistico, magari esaltante, ma tanto fuorviante e sempre costipato all’interno di un sistema che non viene mai messo in discussione e combattuto. Quando si preferisce la mutazione virale del reale a svantaggio del mutamento strutturale dello stesso, siamo di fronte ad una sua infinita, allegra e deresponsabilizzata ricomposizione come se fosse fatto di mattoncini Lego e non di impostazioni generali da minare e sgominare.

In un saggio di ben altra caratura ideologica rispetto al tascabile mondadoriano, lucido, coraggioso, militante, controcorrente, del grande filosofo canadese Alain Deneault, La mediocrazia (Neri Pozza), troviamo proprio l’analisi di questo “grande centro” politico-culturale dentro cui c’è solo assopimento del pensiero e auto-asservimento, il “grande gioco” delle parti sociali sottomesse alle ratio finanziarie e l’ottundimento pianificato delle masse, fino a fargli dire: “Quelli che emergono sono scribacchini che si accontentano di produrre a loro volta un sapere in serie, senza preoccuparsi del senso profondo che potrebbe rappresentare il loro modo di procedere”. Ecco, appunto.

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