Flop di cittadinanza, in parecchi pronti a rinunciare alla misura M5S

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Tra burocrazia e somme irrisorie, molti sono pronti a rinunciare alla misura M5s. Tutti gli aspetti critici del provvedimento

I primi dati sul reddito di cittadinanza fanno discutere per diversi aspetti. Ci sono molte critiche legate alle tempistiche; parecchi delusi che ora vorrebbero rinunciare; e il numero di beneficiari è di gran lunga minore aspettative. Insomma, una serie di aspetti che continuano a mettere in discussione l’efficacia del provvedimento tanto voluto dal M5S.

Il primo punto da sottolineare è legato alle rinunce. Nonostante infatti Di Maio sostenga che nessuno finora abbia rifiutato il reddito di cittadinanza, diverse fonti evidenziano che sarebbero in parecchi a voler conoscere la procedura per farlo. Si parla addirittura di oltre centomila soggetti, al punto che la stessa Inps starebbe mettendo a punto i moduli per la rinuncia. Per quale motivo? Spesso perché la bassa cifra ricevuta non rispecchia le attese. Perché se e vero che i 780 euro andranno essenzialmente ai single dotati dei requisiti, per i nuclei familiari le cose andranno in modo prevalentemente diverso: importi di 40-50 euro per circa 35mila beneficiari; tra 50 e 75 euro per qualcosa come 11mila destinatari; e tra 75 e 100 euro per altri 20mila.

E soprattutto, la rinuncia allo strumento voluto dal M5S potrebbe arrivare a causa delle richieste che vengono fatte ai beneficiari, ovvero otto ore di lavori sociali alla settimana, che impedirebbero di fatto ai beneficiari di trovare di trovare un nuovo lavoro, come viene spiegato nella testimonianza raccolta dal Corriere della sera:

“Mi aspettavo 780 euro, così avevano detto. Almeno 500, perché essendo assegnatario di alloggio popolare non pago fitto. Me ne sono arrivate 186,46. Il mio problema è: ora mi chiedono di firmare il DID, dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro. Ma si parla di otto ore di lavori sociali alla settimana, più corsi di formazione. Se mi mettono per iscritto che le posso cumulare in un solo giorno, e che i corsi sono serali, allora posso continuare a lavorare e accetto l’assegno. Ma nessuno me lo sa dire. E se io invece devo fare due ore al giorno, più due di viaggio, quando lavoro più? Oppure mi scrivono su un pezzo di carta che io rinuncio a tutto per sei mesi, faccio i corsi, e poi dopo ho un lavoro fisso. Allora ci sto. Ma con un milione di domande, dove li trovano un milione di posti di lavoro. Chi ci crede?”.

Ma il desiderio di rinuncia potrebbe estendersi anche a tutti coloro che vorranno tenersi stretto un lavoro precarissimo (o addirittura non dichiarato) che attualmente possiedono. I bassi importi erogati rendono il sussidio poco competitivo rispetto al lavoro nero.

In secondo luogo c’è l’aspetto assistenzialistico della misura: nel circa milione di domande presentate, meno di un quarto dei beneficiari potrà accedere al percorso di accompagnamento al lavoro. Elemento che dimostra come la misura sia tarata più per la mera assistenza piuttosto che per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Da sottolineare poi la criticità legata alle tempistiche. Il programma di politiche attive che i Centri per l’impiego non inizierà prima di fine giugno e solo a novembre sarà disponibile il software per l’incrocio dei dati di domanda e offerta. Per ora il meccanismo è fermo e le assunzioni per i navigator da destinare ai centri per l’Impiego sono bloccate. Peraltro non si comprende bene come questi possano ottenere i risultati sperati se si considera che in passato, su 552 Centri per l’impiego, meno del 3 per cento degli iscritti ha trovato un’occupazione.

Infine una considerazione sui numeri delle domande. Dall’ultimo aggiornamento emerge che a quasi due mesi dall’avvio sono arrivate 946.569 domande. Ma è noto che tale cifra non può corrispondere ai beneficiari effettivi, che si ottengono sottraendo il 25%, ovvero il tasso di rifiuto delle richieste registrato in media finora. Quindi i nuclei beneficiari sarebbero 710mila, che diventano circa 1,8 milioni di italiani se poi si moltiplicano i beneficiari per la composizione media di una famiglia, cioè 2,5.

Dov’è finita dunque quella platea di 5 milioni di poveri che tanto sbandierava il vicepremier grillino? Per non parlare della cifra monstre di 9 milioni di italiani di cui parlava il M5s quando, qualche anno, fa cominciava a ragionare sullo strumento. Ma ormai ci si è abituati ai drastici ridimensionamenti delle promesse fatte (che a volte, addirittura, vengono completamente disattese).

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