Dietro il doppio flop tele-populista

Focus

Quel che tiene insieme i due episodi (Grillo-Celentano) è che la “politica” è stata usata dalla tv per farsi pubblicità su stampa e social

La Grillo parade messa su da Freccero (dopo L’ultimo Tango della settimana scorsa) affinché si parli e controparli (purché se ne parli) di una Rai Due “di movimento” ha riscosso il 4,34% di share. È stata, in sostanza una trovata minore, quanto astuta.

Minore perché basata su raccogliticci pezzi di teatro, e dunque su corpi narrativi frammentati, paracadutati per di più in un mezzo alieno (teatro non è tv, diceva Boskov). L’ovvio esito è stato che ogni spettatore censito dall’Auditel se ne è vista in media una ventina di minuti rispetto ai circa 150 minuti di durata completa.

Astuta perché i pur infedeli “contatti” e cioè gli spettatori che in qualche modo hanno dato un’occhiata alla serata di Rai Due sono stati 7,5 milioni. E questi cominceranno d’ora in poi a chiedersi quale sorpresa gli avrà preparato ogni prossimo martedì di Rai Due. Che pensiamo fosse esattamente l’intento della Direzione di Rete.

Sotto l’aspetto politico il risultato ci conferma che la propensione al consumo di un programma ha poco o nulla a che fare con quella verso il leader politico. Grillo, nonostante che negli ultimi vent’anni, man mano che la vena comica gli si spegneva, abbia cambiato mestiere, se si presenta come artista come tale attrae o respinge. E da questo punto di vista, rispetto al 4,34%, ieri sera poteva andargli anche peggio.

Quanto ad Adriano Celentano si può certo parlare di flop dell’opera –Adrian-. All’esordio di martedì 21 gli era piovuto dal cielo un 19,08% di share con una permanenza d’ascolto del 54% (ogni spettatore se ne era visto più della metà). Ieri sera gran doccia fredda con lo share al 10,56% e l’ascolto medio contratto a un terzo della intera durata. In altri termini l’opera ha perso pubblico col suo procedere. Anche qui staremmo attenti a non sovrapporre il piano artistico e televisivo a quello politico. Celentano è sempre stato un formidabile cantante col genio della autopromozione.

Ha cavalcato prima di Grillo la domanda di “populismo” morale e politico, colpendo talvolta a destra, talaltra a sinistra, pur di restare saldamente al centro dell’attenzione. Ma questo fenomeno della empatia da tinello non può manifestarsi tramite cartoon. A Canale 5 di certo lo sapevano e temevano e probabilmente avranno deciso di buttarcisi comunque, magari entro la strategia di riqualificazione del prime time cominciata su Rete 4 (dove, sia detto per inciso, ieri sera è andato assai bene Nicola Porro con
Quarta Repubblica).

Quel che tiene insieme i due episodi è che in entrambi i casi la “politica” (eccitando chiacchiere e scandali sui conflitti di interesse, sulla funzione dei “profeti” e via cianciando) è stata usata dalla tv per farsi pubblicità su stampa e social. Sancendo il perdurare di una condizione di minorità della democrazia rispetto allo spettacolo. E qui sta il vero problema.

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