Football vs Brexit: i poli opposti dell’Inghilterra di oggi

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Nell’anno in cui il Regno Unito dovrebbe lasciare l’Unione Europa, il calcio inglese, simbolo dell’internazionalismo, afferma il suo dominio a livello continentale

Il calcio inglese è in paradiso. Dopo anni di magra, una squadra del Regno Unito porterà a casa sicuramente la Champions League, la massima competizione per club al mondo, e, se il pronostico delle semifinali che si giocheranno questa sera verrà confermato, la stessa cosa succederà per l’Europa League. Da una parte Liverpool e Tottenham, che con due rimonte straordinarie hanno eliminato rispettivamente Barcellona e Ajax, si ritroveranno in finale a Madrid. Dall’altra se Arsenal e Chelsea dovessero confermare i buoni risultati dell’andata contro Valencia e Eintracht Francoforte, metteranno in scena uno spettacolare derby londinese allo stadio Olimpico di Baku, in Azerbaijan.

Impossibile fare a meno di notare che proprio nell’anno in cui il Regno Unito si appresta ad abbandonare l’Unione, il calcio inglese si affermi come quello dominante in Europa.

Gli unici due precedenti di derby inglesi nelle finali della coppe europee risalgono alla prima edizione della Coppa Uefa (oggi Europa League), nella prima edizione del 1971/72, che coinvolse proprio il Tottenham e il Wolvehampton, e all’ultimo atto della Champions League del 2008, quando il Manchester United ebbe la meglio, ai rigori, del Chelsea.

Da anni si attendeva che il football inglese prendesse il dominio del calcio continentale. La Premier League (la serie A d’Oltremanica) è di gran lunga il campionato nazionale più seguito, amato e apprezzato al mondo, con tifosi in ogni angolo del globo. Ed è anche una straordinaria macchina da soldi, grazie agli stadi di proprietà che ogni squadra riempie all’inverosimile in ogni partita, e al foraggiamento sempre più generoso delle grandi emittenti mondiali che pagano i diritti televisivi a suon di miliardi. Questo dà ai team inglesi uno straordinario potere economico, dai grandi club fino ai più piccoli. Con queste condizioni, anche quelle che chiameremmo “le provinciali” possono permettersi spese di mercato pari, se non superiori, rispetto alle big italiane.

Di fatto, negli ultimi anni, solo Barcellona e Real Madrid (con Messi e Cristiano Ronaldo) e, in misura minore Bayern Monaco, Juventus e Paris Saint Germain, hanno potuto competere con le società inglesi dal punto di vista economico, ritardandone il trionfo annunciato.

In tutto questo, la cosa ancora più paradossale, se pensiamo al Regno Unito di oggi, è che questo successo del calcio inglese, quello che i sudditi della Regina definiscono “il football dei maestri”, sia motivato dal fatto di essere diventato il più europeo, il più internazionale, il simbolo dell’apertura e della commistione tra nazionalità di ogni tipo, con protagonisti provenienti da tutto il continente e da tutto il mondo. Basti pensare che nelle partite di semifinale giocate finora, gli undici gol messi a segno dalle quattro squadre inglesi portano la firma di un francese, un gabonese, uno spagnolo, un belga, un olandese e un brasiliano. E in panchina, a guidare Liverpool, Tottenham, Arsenal e Chelsea, ci sono un tedesco, un argentino, uno spagnolo e un italiano. Di cittadini inglesi o britannici neanche l’ombra.

Il rischio della retorica fine a se stessa, in questi casi, è sempre dietro l’angolo. La politica e lo sport viaggiano su livelli separati ed è giusto che continuino a farlo. Ed è altrettanto vero che la Brexit (se mai diventerà realtà) non sancirà la fine del football globale, né chiuderà le frontiere agli strapagati campioni che animano il campionato più bello del mondo. Ma se il calcio, come spesso è successo nella storia recente dell’umanità, è una straordinaria metafora per raccontare il momento storico di una nazione, allora, non possiamo fare a meno di notare come, mai come oggi, queste due galassie sembrino distanti, quasi in contrapposizione l’una con l’altra. Da una parte un melting pot di successo, generatore di sogni e di speranze, dall’altra il rischio dell’isolamento e la vittoria della paura.

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