Fra postverità e nuova “emocrazia”. Tutto in nome di soldi e inganno

Focus

Viviamo ormai in una biosfera che ha sempre più le peculiarità di un Super-organismo di tipo tecno-economico e tecno-spettacolare, che incessantemente sviluppa e svilisce le nostre coscienze, e di cui il sistema informativo è cassa toracica e cuore battente

L’etichetta classica di “società complessa” dice molto poco della nostra contemporaneità. Viviamo ormai in una biosfera che ha sempre più le peculiarità di un Super-organismo di tipo tecno-economico e tecno-spettacolare, che incessantemente sviluppa e svilisce le nostre coscienze, e di cui il sistema informativo è cassa toracica e cuore battente. L’evento nodale di questa metamorfosi è senza meno essere passati negli ultimi dieci anni circa dalla “notiziabilità” alla “emozionabilità”. Dall’apprendimento all’apprensione. Dalla realtà al reality. Dal telos al televisivo. Dalla veracità alla voracità. Dalla protesta al profitto. Dal fatto al fasto. Ovvero, l’accadimento può anche non accadere – fino a che qualcuno non si prenda la briga di smascherarne il posticcio -, l’importante è che la cornice mediatica che lo circonda e imbozzola sia sontuosa, oleosa, briosa, appiccicosa e che non abbia una emivita da ameba.

Non compriamo solo pannolini, tonno all’olio d’oliva, dentifrici e vacanze low cost, ma anche propaganda, tensioni, attenzioni, fedeltà, inanità del giudizio: “cibo preconfezionato e pensiero preconfezionato”, come dice il saggista francese Armand Farrachi in questo scartavetrante pamphlet da tenere sul comodino come una nuova bibbia del postmoderno dal titolo Il trionfo della stupidità (Fandango, pagg. 83, euro 12). Servono la pax sociale, il mantenimento dello status quo, la conservazione delle oligarchie, l’avanspettacolo della cultura, la transumanza perenne delle persone-ovine verso i Grandi Pastori del consenso, e per fare questo necessitano l’infantilizzazione dei format, la povertà dei contenuti, la velocità e rapacità di esternazione politica, la letargia del popolo che non vede alternativa all’urlo e all’applauso, alla depressione e all’emulazione.

Un “rilassamento dei costumi e dei concetti”, dice Farrachi, che rende l’idiozia, la dabbenaggine, la sconsideratezza, la Ripetizione anelli di quella catena alimentare, cinghie di quella catena di carburazione e distribuzione del potere finanziario e mediatico che sovrintende alla trasformazione di una democrazia, direi io, in emocrazia: da “emo” che sta per emozionale – dunque, qualcosa di liquido, etereo, facilmente deperibile e ripristinabile con nuovi aggregati molecolari -, ma anche per una contrazione del verbo latino “emere” che vuol dire, non a caso, acquistare e corrompere. La Beotitudine, la pura contemplazione e credulità delle masse lobotomizzate, e la sua figlia primogenita e prediletta: l’Ignoranza, sono oramai sistemiche, finalizzate a una nuova forma di dominio che fa dell’incasso e delle mazzette, non meno che delle divagazioni e delle meschinità visive, il suo Monopoly.

“L’assenza di conoscenze, la perdita di referenze o di riferimenti, la difficoltà a stabilire rapporti tra le cose, la miopia intellettuale non possono favorire né la capacità di giudizio, né la perspicacia, né il senso delle sfumature, né la finezza del gusto”, dice il francese. Il “caso Mark Caltagirone” che ha sbancato l’audience nelle ultime puntate di Live della D’Urso vi dice qualcosa? Lapidario Michel Houellebecq in Serotonina (Bompiani, pagg. 332, euro 19), romanzo di un’inquietudine metafisica salutare per la letteratura e per la ridicola considerazione che abbiamo della condizione umana, quando fa dire al suo protagonista, preda di un gorgo temporale fatto di rinunce gracilità affettive e sconfitte: “l’amministrazione ha come scopo ridurre al massimo le tue possibilità di vita, sempre che non riesca molto semplicemente a distruggerla, dal punto di vista dell’amministrazione un buon amministrato è un amministrato morto”.

Il problema resta sempre la postverità, insomma, le temporalità atrofizzate in una sorta di permafrost astorico e gaudente, la trascrizione-trasmissione di un Idem sentire che scompensa le libertà più pericolose, i determinismi latenti nel modo di percepire e concepire il reale, il panem et circenses eletto a categoria dello spirito. E questo, nonostante i cosiddetti “debunker”, i cacciatori di “bufale”  – eletti ormai sul campo a nuovi sacerdoti e paladini della parola – insistano nello spostare il baricentro della questione sul rapido deflusso delle fake news come unico vero intoppo a una comunicazione  autenticamente democratica. Missione nobile, per carità, ce n’è da fare, ma non basta.

David Puente, uno dei più famosi fra loro, in questo suo Il grande inganno di Internet (Solferino, pagg. 236, euro 16,50), se non altro, ci offre una esaustiva aneddotica di meme virali, esche elettorali, fandonie che circolano a razzo sul web, account fasulli che fanno in poche ore di una dimenticabilissima affermazione di qualche ministro a caccia di notorietà un trend topic, ricicli di notizie di cui non si è mai verificata la fonte, leggende metropolitane che a furor di numero diventano certezze cartesiane, video-idiozie ipercondivise. Per non tacere di taumaturghi e non-scienziati della prim’ora, di rapinatori di quell’oro digitale che sono i nostri Big Data, dei signori del marketing e degli omissis, dei dossieraggi che ingozzano l’opinione pubblica, degli influencer che non hanno competenze su niente se non su come portare il valore dei post sui loro social a varie centinaia di euro cadauno. Un vero napalm virtuale che gasa retine e cervelli di tutti ogni sacrosanto giorno.

Ecco allora il montaggio artatamente realizzato di papa Bergoglio che abbraccia Erdogan subito dopo le epurazioni del tentato golpe turco contro quest’ultimo; ecco la foto dell’uomo di colore la cui morte venne attribuita all’ebola da uno scatenato Grillo del 2014; ecco le immagini di un uomo fustigato in Libia nel 2017 che altri non era se non l’opera di un artista nigeriano del make-up; ecco il sito senzacensura.eu di proprietà di Gianluca Lipani che pubblica boati xenofobi inesistenti per far girare come frullatori impazziti le visualizzazioni dei banner commerciali che gli portano soldi in tasca; o i sempiterni difensori dei false flag più famosi come quello relativo al crollo delle Twin Towers o all’attentato terroristico all’aeroporto di Bruxelles, o dei piani revisionisti/cospirazionisti come il Kalergi sulla mescolanza razziale fra Europa e Africa, e quello dei Savi di Sion sull’abbattimento del potere sionista nel mondo. L’elenco è semplicemente sterminato. La menzogna è un mercato fiorentissimo, ma non sempre basta l’esercizio della razionalità e dell’argomentazione posata per capirne cause, intenti e sequele di effetti. Puente, come un po’ tutti i liesbuster fa di tutta l’erba un fascio e partecipa allo sdoganamento dell’indifferenziazione fra mondo-fake e post-truth, che non sono proprio sinonimi. Non tutto è segno di quella che definisce “una mente consapevole di quel che fa e di quello che provoca”, esposta all’errore fatale che la tradisce e ingabbia.

Se i più famosi quotidiani e tg italiani riportano la notizia che in un ristorante nigeriano veniva servita carne umana agli ignari clienti e poi si scopre che è solo un copia-incolla fra siti internazionali; se altri quotidiani sempre nostrani ribattono la storia di un soldato russo che avrebbe via radio chiesto agli ufficiali del suo esercito di bombardarlo per non finire nelle mani dell’Isis, e poi si scopre da un giro pazzesco di rimbalzi di agenzie fra Francia, Russia, Islanda che a monte di tutto ci sarebbe un pensierino pubblicato su Facebook da un ignoto utente del Bangladesh, non si può prendere tutto per fake news da raddrizzare con un po’ di conferme e disseppellimenti vari a spasso per il globo informazionale. Qui si tratta di Tempo, e il Tempo unito al Mercato è il guasto più grande della nostra epoca tele-capitalistica: quanto “tempo” ha in dotazione un redattore per verificare la sorgente di un avvenimento? Quanto tempo si concede per battere la concorrenza? Quanto tempo gli viene concesso dal suo editore per svolgere adeguatamente – e nobilmente – il suo lavoro? In questi casi non ci sono semplici “avvelenatori di pozzi”, come suggerisce Mentana nella prefazione di Puente, non c’è sempre un proditorio assalto di qualcuno all’innocenza gnoseologica degli “altri”, bensì un gioco al massacro piramidale che a volte parte da gente anonima, da un normale lanciatore di palle di neve che, dalla tastiera di casa sua, dentro un sistema irriflesso istintivo e istantaneo come quello dei flussi monetari, mercantili, consumistici ed emozionali, arriva a provocare tsunami di discredito, autoinganno e menzogna di portata planetaria.

Il filosofo Fabio Merlini in questa sua nuova perla saggistica dal titolo L’estetica triste (Bollati Boringhieri, pagg. 138, euro 14) la chiama “semplificazione presentista del tempo”. Farrachi con cura semantica parla di “falsari del discernimento”. Non ci concediamo più spazi di esperienza e di mediazione, esercitare una professione intellettuale significa, al pari di altri mestieri e commerci, sentirsi un predatore da jungla, le escogitazioni hanno la macchia perenne dell’assenza di lungimiranza, il pensiero è rachitico e brachicardico, il cogito è solo un coito mai interruptus con le morse più feroci dell’arrivismo e del trionfo quantitativo, l’io de-solidarizzato si rapprende sempre più nella formula dell’ombelico, come centro narcisistico e spaventato del mondo, e dell’ombrello, come riparo dalla vicinanza dei simili derubricati a nemici o impacci. Dice Merlini: “Nella situazione attuale… è l’immediatezza del cosiddetto tempo reale che impone ovunque la sua legge al vissuto; l’immediatezza del discorso politico, dell’azione economica, dei messaggi informativi preoccupati di catturare il loro pubblico, vincendone la distrazione. E’, soprattutto, l’immediatezza del godimento senza differimento”. Un auto-annientamento senza scrupolo che tratta il “cos’è successo oggi?” con la stessa improvvida imperizia di chi davanti allo scaffale di un mall si chiede “e se oggi provassi questa nuova marca di fagioli”?

Ma questa rotativa del nulla, finora, nessun famoso “debunker” o “fact checker” è stato ancora in grado di spiegarcela.

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