Francia, il delitto perfetto di Di Maio e soci un antipasto verso le europee

Focus

Da ieri la campagna elettorale populista per le europee può dirsi ufficialmente cominciata. E l’obiettivo di nascondere i problemi è stato raggiunto

I barconi ricominciano a partire in massa dalla Libia, certificando il fallimento delle politiche di contenimento dall’altra parte del Mediterraneo, e Francia e Germania, ad Aquisgrana, sanciscono plasticamente l’uscita dell’Italia dal “club” dell’Europa che conta. In un contesto del genere, la trovata di lanciare il fumogeno dell’incidente diplomatico con la Francia deve essere apparso, dalle parti dei Cinquestelle, come un colpo di genio.

Quale espediente migliore infatti, per chi esiste solo se messo in controluce con il nemico di turno, che rilanciare attaccando frontalmente – mandando in prima linea e in prima serata su RaiUno l’uomo-immagine Di Battista -, nientemeno che il presidente francese, accusandolo addirittura di “neocolonialismo”?

Un delitto perfetto, quello messo a punto da Di Maio e soci, non possiamo che riconoscerlo: la Francia non poteva che rispondere come ha fatto – la convocazione dell’ambasciatrice sembra addirittura poca cosa -, alzando ai pentastellati la palla per un rigore a porta vuota.

Conte ha provato a indorare la pillola, parlando di “storica amicizia con la Francia non in discussione”, aggiungendo però che “è legittimo interrogarsi sull’efficacia delle politiche globali perseguite sia a livello di Ue sia a livello di singoli Stati”.
Una precisazione che conferma l’impressione che le prese di posizione del premier, su questo come su altri temi, sembrano rispondere alla logica del “poliziotto buono-poliziotto cattivo”, in un gioco delle parti che pare disegnato a tavolino.

La prova è nelle dichiarazioni grilline del giorno dopo, che dal capo Di Maio alle seconde e terze file non solo non rimangiano, ma rilanciano la bufala spaziale delle “moneta colonialista francese” che affamerebbe i paesi africani (che detto da un governo che ha praticamente azzerato i fondi per la cooperazione internazionale, per inciso, fa sorridere).

La scena, dal vicepremier pentastellato a scendere, è quella di cani che si gettano sull’osso, con il leader grillino che si spinge fino a dichiararsi “amico del popolo francese” (confessando a margine, e questo spiega molte cose, di aver scovato la “dritta” sulla moneta colonialista tra le rivendicazioni dei gilet gialli).

Un’idea del resto copiata in tempo reale da Salvini, che con il solito tempismo perfetto si è prima visto dichiarare in tv, di mattina presto, che “c’è chi in Africa sottrae ricchezza a quei popoli e a quel continente e la Francia è tra questi”, per poi farsi vivo su Facebook, dove ha espresso“solidarietà al popolo francese” perché governato da un “pessimo presidente”.

Una pantomima che, in tutta evidenza, è solo l’antipasto di quello che ci aspetta nella campagna elettorale per le europee, che da ieri, con l’attacco a Macron e la rincorsa al rilancio, può dirsi ufficialmente cominciata. Un’impressione confermata dallo stesso ministro degli Esteri Moavero, che per nulla turbato dall’invasione di campo ha candidamente ammesso che la polemica innescata dal suo governo è “parte del dibattito che ci accompagnerà verso le elezioni europee: dobbiamo abituarci a questi toni“.

Una scenetta, quella imbastita dai pentastellati, che pare non aver impensierito più di tanto Bruxelles, se la portavoce della Commissione, a domanda, ha risposto che no, da queste parti non siamo preoccupati per le polemiche dell’Italia contro la Francia.

Del resto ciò che conta, per chi l’ha messa in piedi, è che l’obiettivo sia stato raggiunto: l’attenzione dei media (e dei frequentatori dei social network) è stata assorbita dal fumo, mentre l’arrosto – con l’isolamento dell’Italia in Europa e il bubbone della Libia sempre più vicino alla cancrena, nonostante la conferenza voluta da Conte – continua a cuocere, e ad essere mangiato, altrove.

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