E’ ora che gli europeisti facciano uno scatto in avanti

Focus

Occorre sfidare il candidato del PPE e quello dei sovranisti con la scelta di un uomo o di una donna carismatica, con primarie nazionali di coalizione

Forse è destino che sarà la tanto criticata Germania a salvare quello che resta dell’Ue. E la sua pluricancelliera Angela Merkel, dopo aver interpreto per anni il cerbero dei conti, potrebbe diventare la salvatrice della patria. Basta interpretare quello che sta accadendo, tra accelerazioni e paradossi.

La campagna d’Europa è infatti iniziata nel segno di Altiero Spinelli, ma in entrambi gli schieramenti. Se risulta normale che gli europeisti si rifacciano ad uno degli autori del Manifesto di Ventotene in vista delle prossime elezioni comunitarie, risulta clamoroso che siano invece i sovranisti, come ha rivelato La Stampa, ad occupare il campo con una proposta politica che scaturisce dal pensiero dei padri federalisti: individuare un candidato unico, uno Spitzenkandidat, per la guida della prossima Commissione, un leader che nasca da un accordo preelettorale di coalizione. Argomento che si trova proprio nel documento scritto nell’esilio dell’isola pontina evidentemente con tutt’altre finalità.

Del tema ne starebbe parlando da tempo Matteo Salvini con Viktor Orban e Marine Le Pen, volata a Roma proprio per incontrare il leader leghista, anche se il leader magiaro non vuole uscire dal Ppe, dove può invece indirizzare la scelta del nome da presentare agli elettori il prossimo maggio 2019, che per ora è ferma al candidato Manfred Weber.

Inutile dire quanto sia decisiva la partita per le sorti dell’Unione Europea: il prossimo Parlamento di Strasburgo risulterà spaccato in tre, tra europeisti, populisti e macroniani.
In questo contesto, desta sconcerto e non promette nulla di buono l’immobilismo che si respira sotto la bandiera dei socialdemocratici europei, i quali si rifanno ormai stranamente al pensiero di Monnet, De Gasperi e Adenauer.

Dalle parti della sinistra, anche in Italia, paese fondatore, c’è il vuoto.
Si è rimasti fermi nel deserto delle idee, dopo che il Parlamento europeo ha bocciato la proposta di Emmanul Macron di utilizzare i 76 posti lasciati liberi dagli inglesi a Strasburgo per la formazione di una lista transnazionale europea. In quel caso sarebbe potuto essere utile quello che gli esperti di finanza chiamano spin-off dei vecchi partiti, Partito Democratico in primis, per aderire ad una lista più ampia.

Ma scartata questa ipotesi, nulla più è accaduto. Si discute ancora se formare un nuovo movimento e sciogliere i vecchi partiti, per una lista da Macron a Tsipras, oppure andare avanti così. Detto che lo strumento da utilizzare, almeno secondo chi scrive, sarebbe quello di indire delle primarie dei socialisti europei, manca totalmente una strategia comunicativa e progettuale.

Come la partita fosse già persa, come se l’immagine di uno Juncker barcollante fosse davvero la realtà della Commissione e di tutte le altre istituzioni comunitarie.

Capisco lo scoramento, il senso di spaesamento nel vedere come i populisti mietono consensi, ma farsi anticipare da chi vuole smontare tutto nel trovare un candidato unico sarebbe umiliante nonché suicida.

Come è possibile che nello schieramento europeista, dove prevalgono divisioni, abbattimento ma anche argomenti riformisti, non ci sia uno scatto d’orgoglio davanti alla tempesta annunciata?

Come è possibile che a fronte delle intenzioni dei sovranisti, che non hanno ancora detto nulla su come vogliono riformare l’Unione dal punto di vista bancario, fiscale, del budget e dell’accoglienza – tanto per citare alcuni nodi ancora aperti – sul fronte socialdemocratico non ci sia nessuno in grado di stendere un programma? Questo immobilismo rafforza le posizioni euroscettiche, mentre ci sarebbero pronti alcuni argomenti forti: lo stato di diritto, la riduzione delle diseguaglianze, il governo dei flussi migratori, la politica di accoglienza, la lotta ai nuovi monopoli digitali, l’ambiente, la sicurezza esterna e interna, la difesa comune, la riforma della Bce, l’introduzione degli Eurobond, il varo di uno ius soli europeo.

Occorre sfidare il prossimo candidato dei popolari europei e quello che sarà indicato dal mondo orbaniano, con la scelta di un uomo o di una donna carismatica, che sia l’esito di primarie nazionali di coalizione in ogni paese dell’Unione.

In questo senso, partendo dalla figura simbolica di Simone Veil, che evoca alla perfezione tutti i motivi che rimandano alla necessità dell’Unione, occorre cominciare a valutare anche l’ipotesi di un possibile coinvolgimento, probabilmente solo a elezioni effettuate, di Angela Merkel, come soluzione forte chiusa nel cassetto del Ppe, in caso che dalle urne la prossima primavera non uscisse una salda maggioranza.

A questo punto, gli europeisti non possono più stare fermi. Devono individuare al più presto – si era parlato dell’ex premier Paolo Gentiloni, è in campo Guy Verhofstadt – un candidato che avvicini di più le persone al senso di Europa come comunità di destino, condivisione delle aspirazioni, certezza degli obiettivi. Tutti sembrano avere un asso nella manica, salvo i progressisti europei. Qui si rischia di non giocare proprio la partita.

Non regaliamo il Manifesto di Ventotene a chi non appartiene a quel mondo. Sarebbe l’ultima tragica beffa.

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